lunedì 17 settembre 2007

La Lectio magistralis di Benedetto XVI a Regensburg un anno dopo

La Lectio magistralis di Benedetto XVI a Regensburg un anno dopo

Intervista a monsignor Giampaolo Crepaldi

ROMA, venerdì, 14 settembre 2007 (ZENIT.org).- Il 12 settembre 2006, in occasione del suo viaggio apostolico in Baviera, Benedetto XVI pronunciò nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg la famosa Lectio magistralis dal titolo “Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni”.

Tutti ricordano l’ampia risonanza che ebbe quel discorso e le polemiche, talvolta molto aspre, che ne seguirono. Ad un anno di distanza, sopiti gli animi, quel Discorso appare come una pietra miliare negli insegnamenti del Pontefice, nella stessa vita della Chiesa.

Secondo monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, “il suo contenuto intrinseco, al di là delle interpretazioni forzate, la densità del pensiero presupposto ed espresso ne fanno un documento assolutamente imprescindibile, denso di indicazioni di grande respiro circa il rapporto tra la fede cristiana e la ragione umana, tra la Chiesa e il mondo, tra il cristianesimo e le altre religioni”.

Per approfondire il messaggio lanciato dal Papa in quell'occasione, ZENIT ha chiesto a monsignor Crepaldi, che è anche Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân”, di commentare quel testo breve ma ponderoso.

Eccellenza, secondo lei la Lectio magistralis di Regensburg è da considerarsi un fatto nuovo nel magistero di questo Papa, oppure come la naturale continuità di quanto già detto in precedenza?

Mons. Crepaldi: Ambedue le cose. La Lectio di Regensburg è un testo di rara efficacia e di grande valore sia teoretico che comunicativo. Nello stesso tempo essa non fa che riproporre, in forma particolarmente incisiva, gli insegnamenti precedenti di Benedetto XVI, compresa l’enciclica Deus caritas est e, direi anche, molti aspetti della teologia di Joseph Ratzinger, a cominciare dal famoso libro Introduzione al Cristianesimo del 1969, che già conteneva tutte le idee espresse a Regensburg.

Crede che le polemiche sorte in seguito al Discorso di Regensburg ne hanno impedito una conveniente ricezione?

Mons. Crepaldi: Credo che le polemiche, nonostante spesso le loro motivazioni non trovassero fondamento nel testo del Discorso del Papa, sono state comunque espressione del riconoscimento della forza veritativa contenuta nel Discorso. A Regensburg il Papa non si è attardato su questioni marginali, ma ha colto in pieno il problema di fondo che consiste nella pretesa cristiana di essere la religione vera. Anche se detto con carità – perché il cristianesimo è anche la religione dell’amore – questo suona male a tante orecchie.

Le polemiche hanno attirato tutti gli sguardi sull’Islam. Questo, secondo lei, ha distolto l’attenzione da altri elementi importanti del Discorso?

Mons. Crepaldi: A livello di opinione pubblica penso di sì. Per questo c’è bisogno di ritornare sulla Lectio con calma. Del resto lungo questo anno che si separa dal 12 settembre 2006, sono stati innumerevoli i libri, i Convegni di alto livello, i numeri monografici di Riviste dedicate al tema di Regensburg. Segno che i problemi segnalati dal Papa non sono di superficie. Un tema, secondo me, è rimasto un po’ in ombra, fagocitato da altri aspetti. All’inizio del suo Discorso il Papa parla della “coesione interiore del cosmo della ragione”, ossia, potremmo dire con una vecchia espressione, dell’unità del sapere. Un tempo l’Università viveva di questa convinzione, oggi non è più così. Vorrei ricordare che la Fides et Ratio sostiene che tale mancanza produce smarrimento nell’uomo e contemporaneo e proprio in una ripresa dell’unità del sapere aveva indicato il grande orizzonte di impegno degli intellettuali cristiani per il nuovo millennio.

Questo problema del dialogo tra le discipline, l’unità del sapere, come lo chiama lei, è possibile da conseguirsi senza la fede cristiana, attraverso quindi la sola ragione?

Mons. Crepaldi: Questo è uno dei temi principali sottesi alla Lectio di Regensburg. e che la ricollega alla “purificazione” della ragione di cui il Papa parla nella Deus caritas est. Ad Aparecida il Papa ha detto che non tenendo conto di Dio la stessa conoscenza della realtà diventa impossibile. La dimensione trascendente assicurata dalla fede è quindi indispensabile affinché la ragione non si chiuda in se stessa, iniziando così un processo di “autolimitazione” che non può non finire nel relativismo nichilista. La fede, come afferma la Fides et Ratio, spinge la ragione a non fermarsi mai. In questo modo la salva da se stessa permettendole di essere se stessa, ossia la purifica.

Non trova che ci sia una contraddizione tra quanto affermato dal Papa a Regensburg e quanto appena detto da lei? A Regensburg il Papa ha indicato nella ragione la possibilità di “valutare” le religioni perché ciò che non è razionale non viene dal vero Dio. Lei invece sta dicendo che è la fede a valutare la ragione distinguendo tra una ragione chiusa ed una aperta alla trascendenza...

Mons. Crepaldi: Non c’è nessuna contraddizione. La fede cristiana pone la pretesa della propria verità e così accetta di essere esaminata dalla ragione. In questo modo, però, essa pone anche il problema della verità della ragione e invita la ragione a guardare dentro se stessa. Una ragione “autolimitata”, come quella razionalista o positivista o nichilista, non è in grado di esaminare la religione per il semplice fatto che non è nemmeno ragione, avendo perso l’idea stessa della propria verità. La fede cristiana accetta di essere esaminata dalla ragione nella sua pienezza, ma tale ragione nella sua pienezza, per esserlo, deve essere aperta alla verità trascendente.

Quindi, il Papa ribadisce il primato della fede anche nel momento in cui afferma che il cristianesimo accetta di essere esaminato dalla ragione?

Mons. Crepaldi: Diciamo che la ragione ha la propria autonomia logica e metodologica, il che rende possibili le varie scienze e nello stesso tempo la loro unità. Tuttavia se la ragione non si fa continuamente aiutare a respirare da un rapporto dialogico con la fede essa inevitabilmente rischia l’asfissia. Parafrasando una frase di Maritain (in Le Paysanne de la Garonne) se la ragione crede di dover chiudere la fede in una cassaforte si mutila da sé. Il bello è che anche se essa chiude la fede nella cassaforte, usa lo stesso una fede. Ecco perché Benedetto XVI ha affermato nei suoi scritti che senza Dio si cade preda degli déi. E questo accade anche per la ragione. Per esempio, il razionalismo o il positivismo, nonostante il parere contrario degli esponenti filosofici di queste due correnti, hanno alla base una fede nel potere assoluto e addirittura salvifico della ragione e della scienza.

La fede, quindi, sta sempre all’inizio, sia per il credente che per il non credente?

Mons. Crepaldi: Direi proprio di sì. Per un motivo semplice e drammatico nello stesso tempo: ogni uomo – scriveva Ratzinger già nel 1969 – deve in qualche maniera prendere posizione di fronte al settore delle decisioni fondamentali. La stessa questione se la ragione sia assoluta oppure no è, prima di tutto una questione di fede, senza escludere naturalmente il successivo apporto della ragione stessa. Senza la fede la ragione non può sapere cosa essa sia.

Nel dialogo con le altre religioni viene prima la fede o la ragione?

Mons. Crepaldi: Leggendo con attenzione la Lectio di Regensburg, ritengo che anche qui il punto di partenza sia la fede. Però da come la fede pone il ruolo della ragione nel dialogo interreligioso, si capisce anche la sua verità e la verità dello stesso dialogo. Anche il dialogo se non è vero non viene da Dio. Per essere vero il dialogo richiede di essere animato dalla verità della ragione che si riconosce nella verità della fede.


Siria, culla del cristianesimo

Siria, culla del cristianesimo

Un’esposizione a Roma mostra i luoghi cristiani del Paese

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 14 settembre 2007 (ZENIT.org).- Roma ha riscoperto le radici cristiane nascoste in Siria con un’esposizione presentata al Palazzo Maffei Marescotti dal 12 al 14 settembre.

Organizzata dal Ministero del Turismo siriano in collaborazione con l’Opera Romana Pellegrinaggi, la mostra, attraverso sessanta fotografie, delinea una storia del Paese come culla del cristianesimo.

Grazie alle immagini, il visitatore ha potuto visitare l’antico villaggio di Maaloula, le porte di Damasco, sulla cui via si convertì San Paolo, istituendo la prima Chiesa cristiana organizzata ad Antiochia, dalla quale partì per molti dei suoi viaggi missionari.

Come narrano gli Atti degli Apostoli (11,26), “ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani”.

Nel VII secolo la Siria venne conquistata dagli Arabi, influenzandone così la cultura fino ai giorni nostri.

Dei quasi venti milioni di abitanti che ha oggi la Siria, il 90% circa è musulmano e il 10% cristiano. L’esposizione ha anche riproposto le storiche immagini dell’ingresso di Giovanni Paolo II nella moschea degli Omayyadi, il 6 maggio 2001, e nella cattedrale greco-ortodossa Al Mariamia.

L’esposizione ha offerto l'occasione per valorizzare e promuovere questo Paese situato in una posizione geografica cruciale, “testimone di numerose culture che si sono succedute e mescolate”, affermano i promotori del Ministero del Turismo di Damasco.

“La Siria – sottolineano – è il cuore dei tre continenti del mondo antico, e per questo, migliaia di anni fa, le carovane della Via della Seta vi arrivavano dai quattro angoli del mondo, facendo del Paese il punto di incontro tra Oriente e Occidente”.

La mostra è stata inaugurata il 12 settembre alla presenza di monsignor Liberio Andreatta, Vice Presidente dell'Opera Romana Pellegrinaggi; di padre Cesare Atuire, Amministratore delegato dell’Opera Romana Pellegrinaggi; di Saadalla Agha Al-Kallaa, Ministro del Turismo siriano; di Samir Al-Kassir, Ambasciatore della Siria a Roma; di Faisal Najati, Assessore per le Attività Turistiche di Damasco.



Eletto nuovo patriarca di Romania

Facciamo i nostri migliori auguri alla comunità ortodossa rumena, prima per numerosità in Italia tra le chiese autocefale.


12 sep 2007 - BUCAREST : un nouveau primat pour l'Eglise roumaine
Le métropolite Daniel de Moldavie, 56 ans, a été élu patriarche de l'Eglise orthodoxe de Roumanie, le 12 septembre 2007, par le collège électoral de cette Eglise. Il succède au patriarche Théoctiste Ier, décédé le 30 juillet dernier. Théologien de formation, le nouveau patriarche est connu comme un homme de réflexion particulièrement attentif aux défis auxquels l'Eglise est confrontée dans le monde contemporain. L'élection du nouveau primat de l'Eglise roumaine s'est déroulée en deux temps. Tout d'abord, une assemblée plénière de l'ensemble des évêques diocésains de l'Eglise roumaine a dressé une liste de trois candidats : le métropolite Daniel de Moldavie, le métropolite Bartholomée de Cluj et l'évêque Jean de Covasna. Puis, le collège électoral qui, en plus des évêques, comporte des représentants du clergé et des laïcs de chaque diocèse, ainsi que des délégués des facultés de théologie et des séminaires, a procédé à l'élection du patriarche à partir de cette liste. Le collège électoral de l'Eglise de Roumanie, qui a pour charge d'élire le patriarche comprend tous les évêques en activité (diocésains ou auxiliaires), trois représentants (un prêtre et deux laïcs) de chacun des diocèses du pays et les membres de l'assemblée diocésaine du diocèse concerné (dix prêtres et vingt laïcs), auxquels viennent s'ajouter les recteurs des écoles de théologie, au total près de 180 personnes.
Né en 1951, le patriarche Daniel (Ciobotea) est bien connu des milieux oecuméniques et en Occident où il a passé plusieurs années. Après des études de théologie à Sibiu et à Bucarest complété par des études doctorales à Regensbourg (Allemagne) et Fribourg (Suisse), il a soutenu, en 1979, une thèse de doctorat à la faculté de théologie protestante de Strasbourg (Haut-Rhin) sur le thème Réflexion et vie chrétienne aujourd'hui. Il a ensuite enseigné la théologie orthodoxe entre 1981 et 1988 à l'Institut oecuménique de Bossey (Suisse), dont il a été un temps le directeur adjoint. En août 1987, il a prononcé ses voeux monastiques au monastère de Sihastria et a été ordonné par le patriarche Théoctiste, dont il deviendra l'un des proches collaborateurs. De retour en Roumanie en 1988, il est nommé professeur de théologie dogmatique à l'Institut de théologie orthodoxe de Bucarest et conseiller patriarcal pour les relations extérieures.
Dès la chute du régime Ceausescu, le futur patriarche intervient publiquement pour demander une transformation radicale des esprits et des coeurs à l'intérieur de l'Eglise en soulignant la " force des larmes du repentir " (SOP 145.20). Membre influent du Groupe de réflexion pour le renouveau de l'Eglise créé en janvier 1990, qui réunit des théologiens et des intellectuels, il joue un rôle important dans la période d'incertitude que traversa la hiérarchie après la démission du patriarche Théoctiste dont il prépara ensuite le retour. Ordonné évêque auxiliaire du diocèse de Timisoara en mars 1990, il est élu dès le mois de juin de la même année métropolite de Moldavie, le deuxième siège épiscopal dans l'ordre hiérarchique de l'Eglise roumaine, dont le siège est à Iassi (SOP 149.7). Membre du présidum de la Conférence des Eglises européennes (KEK) depuis 1997, il représente également l'Eglise orthodoxe roumaine au sein de l'assemblée générale du Conseil oecuménique des Eglises (COE).
Auteur de nombreux articles de théologie et de spiritualité, dont certains sont parus dans les revues orthodoxes de langue française, le patriarche Daniel est réputé comme un homme sachant allier les connaissances culturelles et la profondeur du regard spirituel. Ceux qui le connaissent ou qui l'ont abordé lors de ses nombreux séjours en Occident, s'accordent à apprécier sa simplicité, sa lucidité d'analyse et son sens du dialogue. Outre le roumain, il parle couramment le français, l'anglais et l'allemand.

Studentesse cattoliche costrette ad indossare il velo islamico

Chissà se la CGIL si mobiliterà per difendere i diritti violati di queste donne? o forse appoggerà l'introduzione tra le sue iscritte di tale strumento di liberazione totale della donna.
Già ci immaginiamo le gioiose manifestazioni delle iscritte alla CGIL con burqa integrale rosso con relativa falce e martello, al suon di
"Avanti popolo alla riscossa, il burqa rosso trionferà..."


articolo pubblicato da AsiaNews
INDONESIA
Studentesse cattoliche costrette ad indossare il velo islamico
Mathias Hariyadi
Succede nelle scuole pubbliche della provincia di Nord Sumatra. Lo denuncia una famiglia cristiana, le cui figlie “non hanno altra scelta” se non vestire secondo il costume islamico. Questo è imposto da alcune normative locali ispirate alla sharia, che però riguarderebbero solo i cittadini musulmani.

Jakarta (AsiaNews) – Le sempre più numerose leggi locali ispirate alla sharia (perda syariat) , minacciano la libertà religiosa dei non musulmani, costretti ad adattarsi al costume islamico senza possibilità di scelta. Da tempo il problema è stato sollevato da leader religiosi come pure da autorità politiche, ma al momento nessuna iniziativa concreta è stata adottata.
Preoccupa l’ultimo episodio denunciato da una famiglia cattolica di Padang, provincia di Nord Sumatra: Stefanus Prayog Ismu Rahardi ha 3 figlie, di cui 2 frequentano scuole statali; di recente gli insegnanti hanno chiesto alle ragazze di indossare l’jilbab (parola indonesiana per indicare il velo islamico, ndr). “È la prima volta che succede – riferisce l’uomo- e le mie figlie sono spaventate, io ho cercato di fare vedere loro il velo semplicemente come un accessorio in più da indossare, ma capiscono chiaramente che il problema va ben oltre l’estetica, percepiscono di trovarsi in un clima ostile alla loro religione”.
Il caso non è isolato in questa provincia a stragrande maggioranza musulmana. Qui dal 2002 più di 19 distretti hanno varato le cosiddette perda syariat, normative che andrebbero, però, applicate ai soli cittadini musulmani. Una studentessa cattolica della scuola pubblica SMU Negeri II - distretto di Pesisir Selatan - racconta che dal 2005 anche questo istituto ha introdotto l’obbligo del velo e lei di fatto ha dovuto adattarsi. “Gli insegnanti facevano pressioni, perché anche io mi adeguassi - dice - e ora la gente che mi vede per strada pensa che mi sia convertita all’islam”.
Boniface Bakti Siregar, cattolico all’interno del ministero Affari religiosi a Padang, denuncia che le perda syariat hanno un forte impatto psicologico, soprattutto sugli studenti non musulmani nei distretti lontani dalla città.: “Questi non hanno altra possibilità che frequentare scuole statali dato che quelle cristiane si trovano molto distanti”.
In seguito all'entrata in vigore dell'autonomia regionale, 22 reggenze e municipalità in Indonesia hanno adottato leggi ispirate alla sharia: alcune criminalizzano comportamenti proibiti dalla legge islamica come adulterio, prostituzione, gioco d'azzardo, alcolismo e restringono le libertà delle donne. Oltre 55 parlamentari l’anno scorso hanno sollevato il problema dell'incostituzionalità di queste norme, ma il ministro degli Interni ha rimandato ai singoli governatori il compito di giudicare. Nel Paese è comunque forte la corrente di intellettuali e leader religiosi musulmani impegnati nel contenere la crescita di fanatismo ed estremismo islamico.

Parma espugnata dagli islamici

segnalato dal sito il Mascellaro

Parma espugnata dagli islamici
Società - sab 15 set
dai Media
di Camillo Langone

Tratto da Il Giornale del 15 settembre 2007

L’altra mattina mi son svegliato e sulla Gazzetta di Parma ho trovato la notizia dell'invasione: una monumentale Mezzaluna sarà issata nella nuova grande rotatoria in allestimento alle porte della città.

Non è possibile, mi sono detto, forse sto ancora dormendo, forse è soltanto un sogno o per meglio dire un incubo. Mi stropiccio ben bene e provo a rileggere, chissà che prima non mi sia confuso. No, purtroppo non mi sono sbagliato. In prima pagina il titolo è: «Ecco la Fontana delle Religioni». Sottotitolo: «Nell'opera di Cascella la Croce, la Stella di David e la Mezzaluna». Il lungo testo, che prosegue all'interno, è un grande spot a favore della scultura, dello scultore e dell'ideologia relativista, al limite dell'islamofilia, che lo anima. Strano.

Credevo che la Gazzetta fosse quotidiano confindustriale e borghesissimo, segnato dalla lunga direzione di Baldassarre Molossi, montanelliano dei tempi d'oro. Anche il figlio Giuliano, succeduto al padre nella direzione del giornale, non mi è mai nemmeno lontanamente sembrato amico di imam e muezzin. Anzi, se non ricordo male, a una cena dell'Unione Industriali si spazzolò un bel piatto di salumi. E allora che cosa è successo? Non è che nottetempo i miliziani di Hamas, dopo essersi impadroniti mitra in pugno di Gaza, si sono infiltrati anche nei gangli del potere parmense? Telefono in comune, timoroso che mi si possa rispondere in arabo. E invece risponde come sempre il portavoce del sindaco Pietro Vignali, lesto ad attribuire l'idea della Mezzaluna all'ex sindaco, Elvio Ubaldi. Ancora più strano: ricordo di aver mangiato a casa Ubaldi uno dei culatelli migliori della mia vita e in quell'occasione l'esponente politico non mi sembrò per niente propenso a rispettare la norma coranica che proibisce severamente il consumo di carne di maiale. Nota bene: né Vignali né Ubaldi appartengono alla sinistra estrema che tanto si impegna nel tenere aperte le porte all'immigrazione islamica.

Di estrazione democristiana, fanno entrambi parte di una lista civica considerata di centrodestra da quasi tutti gli osservatori. Da quasi tutti ma non da me: non basta non essere di sinistra per essere di destra. Il caso penoso della Fontana delle Religioni dimostra che il civismo (il fenomeno delle liste civiche) tende a degradare nel nichilismo amministrativo, senza politica e senz'anima, ancor più del vecchio partitismo. E guai se queste liste sono democristianoidi: così come la vecchia Dc ha più o meno inconsapevolmente favorito la secolarizzazione dell'Italia, certi post-Dc, da Rosy Bindi ai succitati parmigiani, sembrano voler completare l'opera di affossamento della religione cattolica, forse ignari che la natura non tollera vuoti e che relativizzando Cristo si apre la strada a Maometto.

Ma la chiesa di Parma che fa? Niente, assolutamente niente. La chiesa locale è una chiesa del silenzio, però non come le chiese dei paesi comunisti, obbligate a tacere dalla persecuzione. Qui nessuno minaccia di incarcerare il vescovo o di fucilare i parroci, eppure tutti tengono la bocca chiusa, paghi di praticare quella forma di fede invisibile tanto cara ai dossettiani e quindi a Romano Prodi. E così le chiese di Parma sono mezze vuote e per la verità anche mezze spente, siccome nessun fedele si sogna di accendere le squallide candele elettriche che negli ultimi anni hanno sostituito un po' ovunque, dal santuario della Madonna della Steccata fino a San Giovanni Evangelista, le mistiche candele di cera. Rimane qualche candela vera nella chiesa di San Sepolcro ed è lì che, davanti alla Madonna, ho spesso pregato per la sostituzione del vescovo, malato da tempo e inadeguato da sempre.

Monsignor Bonicelli è un problema ben noto in Vaticano ma mentre a Roma discutono sul da farsi, Parma è stata espugnata. Perché l'incredibile Fontana delle Religioni è una bandiera bianca in marmo di Carrara. In zona i musulmani non sono nemmeno tanti, eppure d'ora in poi si sentiranno invincibili: senza nemmeno chiedere hanno ottenuto l'abbassamento della Croce e l'innalzamento della Mezzaluna, figuriamoci quando aumenteranno di numero e di pretese. «Se tu fiderai negli italiani sempre avrai delusione» scrisse Guicciardini ma davvero non pensavo che l'apostasìa dovesse manifestarsi proprio a Parma, la capitale del prosciutto, una specialità che la sharia (la legge coranica che viene imposta quando i musulmani vanno al potere) proibirebbe inesorabilmente. Ma le vie del masochismo sono infinite.

La casta sacerdotale islamica con la maschera del dialogo

segnalato dal sito il Mascellaro

La casta sacerdotale islamica con la maschera del dialogo
Religione - mer 12 set
dai Media
Spesso crediamo di parlare con i pensatori musulmani moderati e invece parliamo con i più conservatori. La grande ipocrisia svelata da Ratzinger a Ratisbona
di Carlo Panella

Tratto da Il Foglio del 11 settembre 2007

Tra le mille incomprensioni che segnano il dibattito sulla necessità di condurre, sempre e comunque, un dialogo tra islam e occidente, senza badare agli interlocutori che il mondo islamico propone, è di rilievo l’equivoco che riguarda la “chiesa” musulmana e il suo ruolo di freno nei confronti di ogni riforma.

Naturalmente, usiamo il termine “chiesa” ben sapendo che è inesatto, che non esiste alcuna formale chiesa musulmana (tranne che nell’islam sciita), che ogni musulmano ha un rapporto diretto con Allah, che non esiste nessun sacramento e quindi nessuna figura che lo eroghi, che non esiste altra cerimonia liturgica se non la preghiera, che è comunque individuale. Lo usiamo, però, in maniera provocatoria, per segnalare l’esistenza di una casta sacerdotale, i cui membri sono in realtà giuristi, che oggi ha un peso tale da deformare lo stesso islam, ostacolando il dibattito religioso al suo interno, svilendolo in non poche occasioni in una sterile disquisizione giuridica di scarso spessore culturale.

Gli ulema, le personalità musulmane che parlano a nome dell’islam sunnita, infatti, appartengono a una casta chiusa, autocooptata, autogenerata, e sono i titolari indiscussi dell’applicazione del diritto musulmano. Ogni alim (singolare di ulema), ogni sheikh che calca con autorevolezza la scena dell’islam mondiale o nazionale ha un preciso posto in una rigida gerarchia, riconosciuta nella sua comunità di riferimento, fa parte di una casta, di un vero e proprio ceto sociale dirigente. Questa gerarchia non è prevista dalla fede, ma è fondata sull’esercizio del Diritto e della pratica giudiziaria basata sulla sharia. Per fare un esempio chiarificatore: lo sheikh Yusuf al Qaradawi è un insigne giurista, non un teologo come viene ritenuto in occidente dai tanti suoi estimatori cristiani, tanto che presiede il “Consiglio per la fatwa in Europa”, i cui pareri giuridici sono vincolanti per i musulmani europei che si riconoscono nell’area dei Fratelli musulmani.

Questa sorta di “chiesa giuridica” è strutturata al suo interno da un cursus honorum: gli ulema acquisiscono esperienza e sapienza facendo i magistrati nei tribunali islamici, a cui gli stati musulmani delegano l’esercizio della giustizia penale, civile e amministrativa. L’autorità religiosa degli ulema e il rispetto sociale di cui godono sono dunque derivati dalla loro scienza giuridica, ben più che da quella teologica. Chiunque legga i testi teologici musulmani contemporanei (di Khomeini, Mawdudi, Qutb, al Banna, Qaradawi, Ramadan) si troverà di fronte a ragionamenti di diritto, di filosofia del diritto, spesso di storia del diritto, di esegesi delle fonti testimoniali del diritto, ma solo molto di rado a elaborazioni propriamente teologiche. Diritto, Legislazione, Codici penali, amministrativo e civile e Rivelazione formano dunque un unicum inscindibile, che costruisce il sistema totalitario dello stato etico.

Non vi è il minimo spazio per uscire dalle regole decretate dalla casta giuridico- sacerdotale, che nel corso dei secoli è venuta proponendosi come unica ed esclusiva titolare del Diritto e della sua interpretazione.

Nel mondo sunnita, al centro di questo rigido universo autoritario e autoreferenziale, campeggia l’autorevolezza dell’università coranica di al Azhar al Cairo, la più antica del mondo, oggi presieduta dallo sheikh al Tantawi, che è appunto un centro di studi giuridici, con una scarsissima produzione teologica. Il suo rapporto con il regime di Hosni Mubarak – come con quelli di Nasser e Sadat – è strettissimo, e se è vera la critica di chi sostiene che questo connubio tra poteri immobilizza l’islam contemporaneo, è ancora più vero che la responsabilità di questa situazione non è per nulla dell’occidente. Innanzitutto, infatti, il regime egiziano si regge da solo sulle sue forze, e poi il suo carattere laico è una pura invenzione degli occidentali. In realtà l’apparato giudiziario dell’Egitto si fonda sull’intreccio tra legislazione moderna e sharia, tanto che nel 1980 venne modificata la Costituzione e il Fiqh, il diritto islamico, cessò di essere “una” delle fonti di ispirazione della legislazione, per diventare “la” fonte di ispirazione della legislazione. Senza al Azhar, l’apparato giudiziario e legislativo egiziano cesserebbero di funzionare.

La situazione è pressoché simile in tutti gli altri paesi arabi, anche in quelli laici come l’Algeria, con l’eccezione dell’Arabia Saudita, che riconosce solo parzialmente l’autorevolezza di al Azhar. In Arabia la struttura giudiziaria è capeggiata dai discendenti diretti di Abd al Wahab (il riformatore fondamentalista del Settecento, seguace di ibn Taymmiyya), che prendono il nome di Al al Shaikh – membri della famiglia del maestro – e occupano le cariche di Gran Muftì, di ministro del Culto e di ministro della Giustizia, incaricato di gestire l’applicazione della sharia, controllando direttamente e senza mediazioni tutti i tribunali.

Non esiste dunque oggi nelle società musulmane alcuna possibilità di tripartizione dei poteri, poiché il potere giudiziario è sottratto in larga parte alla disponibilità e al controllo del potere legislativo e di quello esecutivo, a prescindere dal fatto che essi siano esercitati democraticamente o meno. Tutti gli stati islamici contemporanei (a eccezione della Turchia, della Malesia, dell’Indonesia e dell’Iraq) delegano di fatto il controllo finale della legislazione, e spesso anche della gestione dei tribunali, alla “casta dei sacerdoti”, che per di più sono anche titolari di una sorta di Corte costituzionale, il cui compito è decretare se e in quale modo la legislazione corrente sia compatibile con i precetti del Diritto islamico. Il potere assoluto, il vicariato di Dio, assegnato da Khomeini al “governo del giureconsulto”, rappresenta dunque solo l’enfatizzazione di una situazione diffusa.

Tuttavia il potere forte della “chiesa islamica” dentro le società musulmane non si costituisce solo come monopolio dell’esercizio del Diritto e della giurisprudenza, ma anche come gestione di parte del gettito fiscale e controllo del welfare.

L’islam, infatti, è l’unica religione rivelata che inserisca l’elemento fiscale nelle sue prescrizioni fondamentali. Come è noto, sono cinque i pilastri della saggezza: la proclamazione della fede in Allah, il pellegrinaggio alla Mecca, il rispetto del digiuno durante il Ramadan, le cinque preghiere quotidiane e infine l’autotassazione, la zakat, l’obbligo per il fedele di versare una parte del proprio reddito alla comunità. In genere, i proventi di questa autotassazione sono canalizzati dalle singole moschee verso le potenti, ricchissime Fondazioni (waqf), che non solo drenano denaro e proprietà, ma si incaricano anche di distribuirli sotto forma di welfare, tanto che le moschee sono ovunque (anche in Italia) centri di distribuzione di reddito, di assistenza, di consulenza sociale, di ricerca di lavoro.

Se non si ha presente questo meccanismo, non si può comprendere lo straordinario radicamento sociale di Hamas a Gaza negli ultimi trent’anni.

Tutti i grandi ulema e sheikh, dunque, controllano direttamente o indirettamente anche le grandi Fondazioni (waqf) locali, assommando quindi al ruolo di giuristi quello di finanzieri.

Questo modello complesso di welfare islamico, e il ruolo che gli ulema e gli ayatollah hanno nell’amministrarlo ed elargirlo, è importante per comprendere tre elementi di forza dell’islam fondamentalista: il rapido radicamento, in tutte le situazioni di crisi, di forze estremiste (Hamas ne è il paradigma), che offrono ai musulmani sul territorio un modello sociale alternativo a quello statale (o di al Fatah), inefficiente e malato di corruzione; la tenuta delle forze rivoluzionarie e oltranziste in Iran e il peso che la casta dei sacerdoti-magistrati-finanzieri esercita nell’impedire l’evoluzione modernizzatrice dell’islam stesso.

Sul primo punto c’è poco da dire, è noto infatti che l’ignoranza di questa realtà ha indotto i governi israeliani di Begin, Shamir e Rabin ad appoggiare l’affermarsi di Hamas in Palestina, in omaggio alla tesi illuministica che il suo radicamento sociale, basato sul welfare delle moschee, avrebbe costituito un antidoto alle fughe terroristiche di al Fatah.

Quanto all’Iran, va detto che per individuare quale parte della popolazione esprima ancora consenso alle forze oltranziste rappresentate da Ahmadinejad, si deve tenere conto proprio della struttura del welfare islamico. L’Iran degli ayatollah ha un reddito nazionale coperto per l’80 per cento dal petrolio, e ha delegato il controllo del 40 per cento del reddito nazionale alle Fondazioni islamiche, le Bonyad. Questo significa che chi controlla il governo e le Fondazioni (oggi l’asse Khamenei-Ahmadinejad) distribuisce in modo capillare ad alcuni milioni di iraniani un reddito collegato direttamente alla rendita petrolifera. E’ questo un meccanismo parassitario, che permette agli ayatollah di redistribuire il ricavato di ogni contratto petrolifero, sotto forma di reddito, a una ventina di milioni di iraniani (forse più, purtroppo non vi sono studi su questo punto cruciale) nell’arco di poche settimane.

Si guardi a come Hamas (con la complicità dei sauditi, ora passata all’Iran) abbia costruito welfare anche attorno alla figura dei kamikaze e si comprenderà la complessità del tema. Ogni martire, infatti, è cosciente che il suo gesto di morte non solo è benedetto da Dio e gli permette, grazie al detonatore, la piena conoscenza della divinità, ma anche che la sua famiglia verrà mantenuta per sempre dalla moschea, in una società terrena egualitaria, talmente articolata che ha inventato persino il welfare delle stragi.

Tutto quanto sin qui esposto ha una sua profonda influenza anche sul terreno del dialogo interreligioso e sulla tematica della democrazia nelle società islamiche. La casta dei sacerdoti- giuristi-magistrati-finanzieri, infatti, si costituisce come freno alla modernizzazione dell’islam sia per motivi ideologici sia per più prosaiche ragioni di interesse. La simbiosi tra il potere inquisitoriale della “chiesa” e quello del braccio secolare è totale (vedi la piena integrazione degli alti ulema sunniti nel regime di Saddam Hussein, in quello di Bashar el Assad, così come in quello di Hosni Mubarak o del Fln algerino) e ciò impedisce ogni possibile riforma dello stato. I tanti intellettuali e teologi musulmani modernisti e razionalizzatori che si ispirano oggi ad Averroè non sono contrastati sul terreno dell’ideologia, ma da una pratica di muro contro muro agitata da parte dei leader della casta sacerdotale. Non a caso, non uno di loro ne fa parte, sono in genere professori universitari (spesso formati in Europa o negli Stati Uniti) o intellettuali isolati, esclusi da ogni meccanismo di controllo sugli apparati giudiziari così come sulle Fondazioni.

Del resto, ulema e ayatollah, monopolisti del Diritto e del welfare islamico, sono ben coscienti che basterebbe far crollare una pietra della loro costruzione politico-religiosa, anche soltanto modificare il pilastro su cui si regge la semischiavitù della donna, e crollerebbe tutto il tempio dell’islam di cui sono custodi. Da qui le loro reazioni rabbiose nei confronti dei riformatori, le impiccagioni degli apostati, come quella di Mohammed Taha nel 1985, le persecuzioni dei teologi modernisti. Per questo l’appello violento alla piazza araba, fosse anche per imporre al Pontefice un gesto di umiliazione di fronte alla casta degli ulema che sente insidiato il suo potere.

Si leggano gli scritti di Tariq Ramadan, che strizza l’occhio ai no global e agli altermondialisti. Si vedrà come anche il suo islam alternativo si basi su una rigida concezione oligarchica del potere, poiché egli affronta la teologia, e quindi il diritto, quale autorevole membro di una casta che si autoperpetua e che soffoca la stessa platea dei fedeli. Ramadan, così come i Fratelli musulmani e qualsiasi musulmano non razionalista, anche quando invoca una riforma dell’islam intende svilupparla solo sul piano del Diritto e della giurisdizione, non su quello teologico. Quella che egli prospetta è una riforma dei codici, che per svilupparsi deve comunque rispettare due capisaldi della pratica musulmana: il consenso e il principio di analogia. Per modificare ogni principio del diritto (Fiqh) o della legge (sharia) è necessario che vi sia il consenso da parte dei giurisperiti (ulema o ayatollah) e che la modifica venga giustificata da analogie evidenti in precedenti riforme interpretative. Questa metodologia elitaria e chiusa innerva la “chiesa musulmana”, legittimandola e perpetuandola.

Non solo dunque, questa casta di ulema nega alle comunità musulmane il diritto di interpretare il testo (come era nella tradizione sino all’anno Mille), ma impedisce anche che qualsiasi struttura elettiva operi delle riforme della sharia, perché nessuna assemblea eletta potrà mai fornire il consenso qualificato e garantito dalla provata conoscenza dei testi, delle catene di testimonianza e dei principi di analogia. Il tutto, in un contesto giuridico in cui ogni ragionamento di diritto deve essere ancorato alla tradizione: per essere accettato come valido deve essere suffragato da una lunga catena di testimoni attestanti che il Profeta, a fronte di quella casistica, o di una analoga, si sia comportato in modo omogeneo. Questo diritto islamico, che non si basa sull’habeas corpus, sul diritto romano e che nega le regole del rapporto equilibrato tra individuo e stato (impedendo al cittadino di influire sulla legislazione penale, civile e amministrativa), diventa esso stesso una religione che richiede l’osservanza delle sue prescrizioni come elemento di culto, nonostante sia obsoleto, medievale, codificato da una casta di sacerdoti due secoli dopo la morte di Maometto, e oggi difeso dai suoi epigoni. E’ un diritto che sovrasta la teologia e la stessa spiritualità, perché l’osservanza dei suoi precetti diventa elemento fondamentale di culto, diventa religione e qui, di nuovo, risuona con drammatico allarme la consonanza con la concezione dello stato, del diritto e della persona propri del nazi-fascismo.

Nonostante tutto ciò, da decenni l’occidente e le sue chiese rendono omaggio ai principali esponenti – i più conservatori – di questa casta sacerdotale che soffoca e annulla la grande carica di rivelazione e spiritualità dell’islam stesso.

Da una trentina d’anni, il dialogo tra la chiesa e l’islam si sviluppa all’interno di un dialogo interreligioso, in particolar modo dopo l’impulso dato dalla Giornata della preghiera celebrata ad Assisi nel 1986 con l’orazione comune dei rappresentanti di tutte le religioni del mondo. Panacea per tutti i mali, esorcismo contro tutti i demoni terroristi, il dialogo viene riproposto in continuazione per negare l’esistenza di quella Guerra di civiltà che pure è evidentemente in atto (non certo perché l’occidente l’abbia dichiarata e ancor meno la voglia combattere, ma perché una parte consistente dell’islam l’ha provocata e la conduce spietatamente).

Nel concreto, tutti questi incontri hanno un ambito ben definito di competenza: il raffronto tra i testi, la comune origine abramitica, le diverse forme della tradizione, i massimi principi di teologia. Si tratta certo di dotte e ottime discussioni che però hanno un limite: come precondizione al dibattito, esse evitano il confronto sulle specifiche prescrizioni di ogni religione e mai affrontano i temi più scabrosi della sharia. Ora, è comprensibile che per sviluppare con serenità un confronto interreligioso si debba evitare ogni critica all’altra religione. Sarebbe improduttiva, per esempio, una discussione sulla definizione di peccato, o una polemica sul fatto che lo shirk, l’accostare a Dio una o più figure di culto, sia o meno il più grave peccato possibile (lo è nell’islam, non certo nel cattolicesimo, che prevede il culto mariano e dei santi). Tuttavia non è possibile evitare il dibattito sulle conseguenze penali che questo peccato deve avere secondo la dottrina religiosa dei propri interlocutori. Pure, da molti anni, cardinali e vescovi cattolici e cristiani dialogano serenamente con ulema musulmani convinti che il responsabile di shirk debba essere consegnato al braccio secolare della legge e ucciso (o incarcerato, a seconda delle scuole giuridiche e dei paesi), secondo una tradizione inquisitoriale che non solo è viva nell’islam, ma che è addirittura in espansione anche nei paesi laici. Sul tema della parità tra uomo e donna, cardinali e vescovi hanno passato ore e ore seduti a tavoli di conferenze per certificare che l’islam considera la perfetta parità delle anime del maschio e della femmina, senza tener conto del fatto che esso ritiene giusto e doveroso lapidare le adultere. Sul terreno della libertà religiosa, vi sono lunghissimi resoconti ispirati alle Sure meccane e alla loro poetica, ma non ci risulta che un fautore cattolico del dialogo abbia mai organizzato con i suoi interlocutori musulmani un convegno dal tema: “Perché è giusto condannare a morte gli apostati”.

Dobbiamo tristemente constatare come si sia così consolidata una grande ipocrisia e si siano legittimati quali interlocutori i sostenitori della versione più dogmatica e autoritaria dell’islam, permettendo che non fossero messi in discussione i principi del Diritto islamico (Fiqh) e quindi le prescrizioni della legge islamica, la sharia. Evitando di aprire il dialogo a questi temi, si è lasciato fuori dalla discussione il problema centrale dell’islam odierno: il rispetto dei Diritti dell’Uomo. Ricordiamo che questi diritti non sono conculcati dalla teologia islamica, ma sono negati da quasi tutte le scuole della sharia dei paesi islamici. Le sei principali scuole della sharia (shahafita, hanbalita, malikita e hanafita per i sunniti, jaafarita e nizarita per gli sciiti) sostengono infatti che:

– la donna deve essere sottoposta all’autorità tutoria dell’uomo. Non può quindi compiere le scelte fondamentali della sua vita personale, incluso il matrimonio, se non con l’autorizzazione di un maschio di famiglia. Non può divorziare, ma può essere ripudiata. Per alcune scuole, la sua vita, in caso di omicidio, così come la sua testimonianza in tribunale, valgono o la metà o un quarto rispetto a quella di un maschio.

– Il musulmano non può abbandonare la fede. Se lo fa, incorre nel peccato di apostasia, punito con la morte in Afghanistan, Iran, Yemen, Arabia Saudita, Emirati del Golfo, Sudan e stati settentrionali della Nigeria. Negli stati laici, Egitto, Siria e Algeria, l’apostata è punito con la prigione o con pene accessorie, per esempio è costretto per legge a divorziare dal coniuge musulmano.

– Il combinato disposto di queste due prescrizioni impone la proibizione del matrimonio della musulmana con l’ebreo o con il cattolico (la proibizione, naturalmente, non vale per il musulmano maschio).

Il fatto che per molto tempo si sia condotto un dialogo interreligioso basato su queste omissioni spiega bene come mai esso si sia sviluppato con una strana asimmetria. Da parte cristiana, e soprattutto nella Curia romana, ha premuto per questo dialogo, lo ha esaltato, invocato e organizzato, la compagine più progressista (quella stessa che sembra peraltro più ostile a Israele e alle ragioni storiche degli ebrei in Palestina) rappresentata dal responsabile del Dialogo interreligioso per la Curia, cardinale Michael L. Fitzgerald, da padre Michel Maurice Borrmans, da Michel Lagarde, da Etienne Renault, da Thomas Michel, come pure gli arabocristiani Georges Khodr e Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme. Quest’ultimo, un arabo, è talmente motivato da antigiudaismo che ha più volte sostenuto in pubblico che Gesù Cristo non era un ebreo, ma un palestinese.

Da parte islamica, per converso, i più ferventi sostenitori e frequentatori di assemblee, conferenze e dibattiti sono proprio i più dogmatici e conservatori. Il massimo ideologo dei Fratelli musulmani, Yusuf al Qaradawi, è tra questi, affiancato dal vertice dell’islam saudita che impegna in queste scadenze non solo gli ulema (tutti discendenti diretti di Mohammed al Wahab), ma anche i più eminenti – e fondamentalisti – tra i principi della casa reale.

Per paradosso, dunque, il dialogo interreligioso ha rafforzato e legittimato proprio le forze più settarie, quelle che bloccano, con i poteri di una casta sacerdotale, la modernizzazione dell’islam e fiancheggiano, quantomeno dal punto di vista teologico, l’islam totalitario.

In realtà, come su tutti i grandi temi che oggi la chiesa affronta, anche sul dialogo interreligioso i percorsi postconciliari sono stati influenzati dalla dialettica tra due posizioni che hanno una forte carica comune di innovazione, ma che poi si sviluppano in direzioni marcatamente divergenti. Una dialettica, che dal 1963 si è incarnata e ancora oggi si incarna in due teologi tedeschi, che nel Concilio Vaticano II svolsero un ruolo innovativo centrale: Joseph Ratzinger, appunto, e Hans Küng.

L’influenza di quest’ultimo, arginata sul terreno dottrinale proprio da Ratzinger, quale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, si è invece sviluppata senza controlli – molto al di là della sua stessa influenza personale, e quindi senza una sua responsabilità diretta – proprio sul campo del dialogo con l’islam.

Nelle sue opere, Küng dimostra una conoscenza profonda della teologia, del diritto e del dibattito religioso del mondo musulmano. Non si nasconde il peso frenante che la lettura formale e dogmatica della sharia ha oggi sul piano del rispetto dei diritti umani della donna e dell’esercizio del libero pensiero. Non sottovaluta neanche il rifiuto della modernità che vizia il pensiero musulmano contemporaneo, ma poi propone il superamento di questa drammatica situazione – brillantemente analizzata – a partire da un’attribuzione di colpe che l’occidente dovrebbe assumersi nei confronti del resto del mondo, e da un volontaristico e indeterminato appello al dialogo.

Il punto di partenza del teologo tedesco è comune a tutti gli artefici del dialogo interreligioso post conciliare: “Questo dialogo sarà fruttuoso solo se si limiterà a reciproche valutazioni positive e segni di stima, senza includere critiche all’altra religione. La critica, per essere convincente, deve sempre includere un’autocritica… Sono davvero poco convincenti quei rappresentanti delle chiese cristiane che esigono tantissimo dalle società e dalle altre religioni, ma che nascondono la lunga storia di intolleranza delle chiese cristiane e l’attuale, dogmatica pretesa di esclusiva santità in nome di Dominus Jesus (come recita l’omonimo titolo del documento vaticano), mascherando e celando la propria incapacità di dialogo”.

Con una formula facile e semplice, nel brano poco sopra viene cristallizzata l’impossibilità di criticare non la teologia, ma il diritto islamico, che per gli interlocutori musulmani è tutt’uno con la Rivelazione. Questa impostazione – accompagnata dalla prescrizione di non criticare se non dopo essersi autocriticati – è quella che ha permesso di riconoscere statura internazionale a teologi come Yusuf al Qaradawi, che ritengono lecito massacrare bambini ebrei in Israele (“perché in una società militarizzata sono o saranno tutti soldati”) o ai teologi sauditi, che considerano prescrizione divina il dovere di uccidere gli apostati e lapidare le adultere. Non solo. Tale visione risulta grave anche sul piano teologico, poiché rifiuta la possibilità stessa di una critica al jihadismo. Secondo Küng, la cristianità, che pure con Giovanni Paolo II ha ampiamente autocriticato la sua pratica della Guerra santa durante le Crociate, deve rimanere silente, oggi, a fronte del diffondersi dell’ideologia della Guerra santa islamica, che anche teologi influenti, partecipanti al dialogo interreligioso, predicano e praticano. L’errore è ampliato da un’analisi inadeguata del fenomeno del fondamentalismo e del terrorismo islamico a esso collegato, mutuata da Kofi Annan: “Se io, in quanto cristiano, non voglio che la mia fede sia giudicata secondo le attività dei crociati o dell’Inquisizione, devo poi essere attento, a mia volta, a non giudicare la fede di un’altra persona sulla scorta di quello che un piccolo gruppo di terroristi commette in nome di quella fede”.

Il problema dell’islam jihadista è dunque ridotto all’azione di “un piccolo gruppo di terroristi”, come se l’islam di Khomeini, di Ahmadinejad, di Hamas, delle migliaia e migliaia di kamikaze sunniti (che hanno compiuto non meno di quattromila attentati suicidi nel mondo) non esistessero, come se la guerra civile algerina, quella afghana, quelle sudanesi, quella libanese, quella irachena e quella palestinese non fossero state scatenate in nome delle fede.

Küng delinea dunque un percorso di rapporto con l’islam confliggente con quello che Joseph Ratzinger ha intrapreso a Ratisbona e con la sua visita in Turchia, là dove ha criticato la pratica della conversione attraverso la spada: “Dio non si compiace del sangue. Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”. E’ questa una perfetta sintesi teologica che fa risalire l’origine del jihadismo, del proselitismo violento in nome di un Dio che si compiacerebbe del sangue dell’empio (il Takfir), alla separazione tra fede e logos.

Ratzinger ha imposto all’attenzione del mondo un nuovo terreno di confronto, che riguarda non solo l’islam, ma tutte le ideologie e religioni contemporanee. Il punto discriminante per accettarle o contrastarle – in nome dei diritti della persona e dell’uomo – è il rapporto tra fede e razionalità. Ma l’islam fondamentalista si basa appunto sulla concezione di un Dio trascendente e incomprensibile, su leggi da Lui definite in modo altrettanto incomprensibile, che è inutile tentare di decifrare con la razionalità. E’ l’eredità pesante del percorso intrapreso nel XII secolo, quando trionfarono al Ghazali e ibn Taymmiyya e fu definitivamente abbandonato il razionalista Averroè.

Küng non coglie questo discrimine posto da Ratzinger e si espone in una critica frontale alla pastorale Dominus Jesus del 2001. Quel documento, firmato da Giovanni Paolo II ma scritto dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, rivendicava la santità e l’unicità della chiesa cristiana, ma in modo ben diverso dall’affermazione di superiorità rivendicata oggi dall’islam nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nell’islam, che abbiamo in precedenza analizzato.

Alla luce del successo del rilancio dell’antisemitismo islamico da parte di Ahmadinejad, inquieta poi la dura polemica di Küng contro le politiche dello stato di Israele: “Sono davvero poco convincenti quegli esponenti dell’ebraismo che non perdono occasione per lamentarsi amaramente del crescente antisemitismo in Europa, ma che respingono tutte le critiche alla disumana politica di oppressione del governo israeliano sotto la guida di Ariel Sharon, tacciandole grossolanamente di antisemitismo, senza esprimere nessuna pietà o almeno un minimo senso di giustizia verso il popolo palestinese, sfinito da decenni di aggressioni”.

Risuonano in queste parole i lasciti di un radicato antigiudaismo cristiano, che rifiuta di cogliere l’essenza dell’antisemitismo, riducendolo a una reazione alle “colpe degli ebrei”, in questo caso degli ebrei israeliani. Inaccettabile è la definizione di “politica disumana” applicata all’operato di Ariel Sharon (smentita, tra l’altro, dalla sua storica decisione del ritiro unilaterale da Gaza), così come l’accusa agli ebrei che protestano contro l’insorgere dell’antisemitismo “senza esprimere nessuna pietà o almeno un minimo senso di giustizia verso il popolo palestinese, sfinito da decenni di aggressioni”. Non si fa menzione delle violenze che da decenni i palestinesi compiono su altri palestinesi, in quel lungo processo che ha incubato la guerra civile.

L’ossessione penitenziale di Küng, condivisa da tanta parte del pensiero laico contemporaneo, così come da quello islamico (vedi Mohammed Arkoun), arriva sino al punto di accusare la cristianità cattolica e protestante di avere “dichiarato guerra alla scienza, alla tecnologia e alla democrazia moderna, per paura di perdere il proprio dominio e il proprio potere spirituale”.

Pure, è incontrovertibile che – nonostante Galileo, nonostante il Sillabo – la scienza, la tecnologia e la stessa democrazia moderna nascono proprio dal felice incontro tra fede e ragione sbocciato durante il cristianissimo Rinascimento e poi fiorito – grazie soprattutto alla Riforma luterana – nei secoli successivi. Certo, vi furono freni, ostacoli, lentezze e imposizioni dogmatiche, ma qualsiasi storico della scienza può facilmente dimostrare che la presunta “guerra alla scienza, alla tecnologia e alla democrazia moderna” non fu mai né dichiarata né combattuta dalla cristianità, che invece fornì l’alveo in cui esse si sono potute esplicare, sviluppare e affermare, e in cui ha trovato posto, infine, anche l’affermazione della laicità dello stato.

Ancora una volta vengono proposti, quale panacea universale, il dialogo e un’ingiustificata autoflagellazione dell’occidente, cristiano o laico che sia. Una resa a quell’islam fondamentalista che non rappresenta l’intero islam, ma che è l’ala marciante di un movimento musulmano con marcate componenti fasciste e naziste, in grado di espandersi pochi decenni dopo che l’Europa cristiana e laica è riuscita a estirpare un male simile, incancrenito nel suo corpo.
(tratto dal libro Fascismo islamico, Rizzoli 2007)

Insegnare l'arabo o reclutare estremisti?

segnalato dal sito il Mascellaro

Insegnare l'arabo o reclutare estremisti?
Nord America - mar 11 set
dai Media
di Daniel Pipes

Tratto dal sito danielpipes.org il 9 settembre 2007

La Khalil Gibran International Academy, la scuola pubblica di lingua araba di New York City, questa settimana apre i battenti per studenti di 11-12 anni, adottando speciali misure di sicurezza. Si spera che il prolungato dibattito pubblico sulle tendenze islamiste della scuola indurrà a non promuovere alcuna agenda politica o religiosa.

Consideratemi, comunque, scettico per due motivi principali. Innanzitutto, a causa della genesi della scuola e del suo personale – di cui si è scritto profusamente da parte mia e di altri. In secondo luogo, ed è questo l'argomento qui avvalorato, per il preoccupante primato di programmi di lingua araba della scuola dell'obbligo finanziati dal contribuente da una costa all'altra.

La tendenza è chiara: l'istruzione in lingua araba impartita prima del college, anche quando è finanziata dal contribuente americano, tende all'indottrinamento nel nazionalismo pan-arabo e nell'Islam radicale o in entrambi. Si osservino alcuni esempi.
  • Amana Academy, Alpharetta, Georgia, nei pressi di Atlanta. Una scuola privata riconosciuta e sovvenzionata dallo Stato che richiede l'insegnamento della lingua araba. Essa vanta una "partnership istituzionale" con l'Arabic Language Institute Foundation (ALIF). Ma quest'ultima promuove l'insegnamento della lingua araba come un mezzo "per trasmettere il messaggio del Corano nel Nord-America e in Europa" e così "aiutare i paesi occidentali a riprendersi dal decadimento morale in corso".


  • Carver Elementary School, di San Diego, California. Una docente, Mary-Frances Stephens, ha informato il consiglio scolastico di insegnare in "una classe separata per sesso" per sole allieve musulmane e che ogni giorno le ragazzine potevano allontanarsi dall'aula per un'ora di preghiera condotta da un collaboratore musulmano. La Stephens ha considerato questo provvedimento come "una evidente violazione delle direttive amministrative, legislative e legali". Kimberlee Kidd, la preside dell'istituto scolastico, ha replicato dicendo che il collaboratore dell'insegnante si limitava a pregare insieme alle allieve e solo per quindici minuti. Il Distretto scolastico unificato di San Diego ha fatto delle indagini in merito alle asserzioni della Stephens e le ha ricusate, ma tuttavia ha cambiato la prassi suffragando implicitamente le critiche mosse dalla docente. L'ispettore scolastico Carl Cohn ha eliminato le classi separate per sesso e ha riconfigurato il programma scolastico in modo che gli studenti possano pregare durante la pausa pranzo.


  • Charleston High School in Massachusetts. Il programma di lingua araba estivo della scuola ha previsto una gita studentesca presso la famosa Islamic Society di Boston dove, a dire del Boston Globe, gli studenti "sedevano in cerchio sui tappeti e imparavano l'Islam dagli insegnamenti di due membri della moschea". Peberlyn Moreta, una studentessa sedicenne, temendo che la sua croce d'oro appesa al collo potesse offendere gli ospiti, l'ha nascosta sotto la T-shirt. Ha fatto altresì capolino l'anti-sionismo quando è stato proiettato il film del 2002 Divine Intervention, che il critico cinematografico Jordan Hiller ha definito un "film irresponsabile", "terribilmente pericoloso" e contenente "odio puro" verso Israele.
  • Tarek ibn Ziyad Academy, di Inver Grove Heights, in Minnesota. L'Islamic Relief Worldwide, un'organizzazione con presunti legami col jihadismo e il terrorismo, ha finanziato questa scuola privata riconosciuta e sovvenzionata dallo Stato che richiede l'arabo come seconda lingua. Il nome dell'Accademia celebra apertamente l'imperialismo islamico, poiché Tarek ibn Ziyad guidò le truppe musulmane alla conquista della Spagna nel 711 d. C. Cronisti locali riportano che "un visitatore potrebbe ben confondere la Tarek ibn Ziyad [Academy] con una scuola islamica", vista la presenza di donne che indossano l'hijab, la zona riservata alla preghiera ricoperta di tappeti, vista la chiusura della scuola per le festività islamiche, l'osservanza del digiuno del Ramadan, la caffetteria che serve cibo halal, classi che interrompono le lezioni per l'ora della preghiera, e quasi tutti i bambini che pregano nonché l'uso costante di "Fratello" e "Sorella" con cui gli adulti all'interno della scuola si chiamano l'un l'altra.
Solo nel caso della Iris Becker Elementary School di Dearborn in Michigan, il programma di lingua araba non persegue visibilmente un'agenda politica e religiosa. Il suo programma didattico potrebbe in realtà essere lineare ; o probabilmente le minime informazioni a riguardo spiegano la mancanza di problemi conosciuti.

Gli esempi sopra riportati (si veda inoltre sul mio blog "Other Taxpayer-Funded American Madrassas") sono tutti americani, ma simili problemi esistono prevedibilmente in altri paesi occidentali.

Questo quadro preoccupante denota la necessità di una speciale vigilanza sui programmi scolastici di lingua araba finanziati pubblicamente. Questa attività di sorveglianza dovrebbe assumere la forma di un robusto Consiglio direttivo i cui membri siano pienamente consci della minaccia dell'Islam radicale e che abbiano la forza di osteggiare ogni cosa che potrebbero considerare sconveniente.

L'insegnamento della lingua araba impartito prima del college è necessario e il governo statunitense a ragione lo promuove (ad esempio attraverso la "National Security Language Initiative", a livello nazionale, o tramite il programma "Foreign Language in Elementary Schools", a livello locale). Così agendo, esso fa sì che l'istruzione diventi sempre più importante. Cittadini, genitori e contribuenti hanno il diritto di garantire ai bambini che frequentano queste istituzioni che ricevono finanziamenti pubblici che venga loro insegnata un'abilità linguistica – e che non siano reclutati alla causa dell'anti-sionismo o dell'islamismo.

New York Sun
5 settembre 2007
Copyright © 1980-2006 Daniel Pipes
Pezzo in lingua originale inglese: Teach Arabic or Recruit Extremists?
Traduzione di Angelita La Spada.

Il gran muftì che adorava Hitler

segnalato dal sito il Mascellaro

Il gran muftì che adorava Hitler
Novecento - mar 11 set
Storia

L’islam è antisemita da sempre e nella Seconda guerra mondiale se la fece con i nazisti • Ecco la storia di al-Husseini che visitò Auschwitz, se ne compiacque e poi allevò Nasser, Sadat, Arafat e Abu Mazen • La racconta David G. Dalin
di Marco Respinti

Tratto da il Domenicale del 11 settembre 2007

Negli anni oscuri della Seconda guerra mondiale la Chiesa cattolica si fece in quattro per salvare gli ebrei mentre l’islam s’infervorava per Adolf Hitler e il suo leader se ne rendeva complice.

Basandosi sui lavori di studiosi seri quali, fra altri, Gabriel Schoenfeld, Kenneth R. Timmerman, Deborah Lipstadt, Arnold Foster, Benjamin R. Epstein, Alan Dershowitz e Bernard Lewis lo afferma senza peli sulla lingua David G. Dalin in La leggenda nera del papa di Hitler (Piemme). Dalin, che insegna Storia e Scienze politiche all’Ave Maria University di Naples, in Florida, è il famoso rabbino che da tempo sbugiarda, documenti alla mano, le false accuse di connivenza con il nazismo mosse a Papa Pio XII e alla Chiesa cattolica dal bel mondo liberal (il quale, quando ritratta, come fece John Cornwall su The Economist nel dicembre 2004, non fa notizia).

L’antisemitismo musulmano nasce con l’islam stesso: nel 622, anno dell’Egira, la fuga di Maometto dalla Mecca a Medina, allorché, giunto nella nuova patria, il profeta perseguita gli ebrei della città. Prosegue per tutta la storia dell’espansionismo militare islamico. Quindi s’irrora di nuova linfa con l’avvento del Terzo Reich. Qui la figura chiave è Haj Amin al-Husseini, gran muftì di Gerusalemme.

Nato nel 1893 nella Città Santa, al-Husseini diviene leader degli arabi di Palestina durante il governo britannico della regione e si guadagna fama di feroce antisemita. È l’aprile del 1920 quando, con altri, compie la sua prima aggressione contro degli ebrei. Un tribunale militare britannico lo condanna più tardi per l’uccisione di 5 ebrei e il ferimento di altri 21, ma lui è pur sempre il leader degl’islamici locali e così lo fanno gran muftì di Gerusalemme, capo religioso e politico.

Al-Husseini crea allora un movimento nazionalista prima palestinese poi panislamico intriso di razzismo. Fa tradurre I protocolli dei savi di Sion, un falso avvilente, e, il 23 agosto 1929, guida un pogrom che costa la vita a 60 ebrei di Hebron. Qualche giorno dopo ripete l’impresa a Safad, 45 morti. Nel 1936 ancora. Oramai è un capo famoso e il suo antisemitismo un must per tutti i musulmani.

Un ufficietto a Berlino
In Germania, intanto, Adolf Hitler diviene Cancelliere del Terzo Reich. Quando nel 1935 promulga le leggi razziali, piovono telegrammi di felicitazioni da tutto il mondo musulmano egemonizzato da al-Husseini, in particolare dal Marocco e dalla Palesina.

Del resto il gran muftì è intimo del Console generale tedesco a Gerusalemme, Heinrich Wolff, e gli sussurra paroline dolci sulla strategia adatta a scongiurare ogni e qualunque insediamento ebraico nella zona. Il suo sogno è una grande coalizione islamica che, alleata del Reich millenario, combatta organicamente l’ebraismo mondiale fino allo sterminio totale. Speranze di muftì, che però dopo il Patto di Monaco del 1938 paiono concretizzarsi. Ora l’alleanza fra islam e nazismo può infatti mostrarsi.

Intanto in Medio Oriente il modello nazi prêt-à-porter dilaga: fra 1933 e 1938 sono sorte diverse formazioni politiche ispirate al Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi. Sempre nel 1938, del resto, al-Husseini sposta la propria sede in Irak, dopo averla mossa, l’anno prima, in Libano. E in Irak aiuta il filotedesco Rashid Ali al-Ghailani a divenire, nel 1940, primo ministro.

A questo punto il Reich ritiene che al-Husseini abbia passato tutti gli esami di ammissione e lo laurea nazista perfetto invitandolo a stabilirsi a Berlino. Il muftì non se lo fa ripetere due volte e nel 1941 s’imbarca in questa volontarissima e godutissima cattività avignonese in versione islamica.

Nella capitale tedesca il nostro apre un bell’ufficietto, tresca per organizzare spie in Medio Oriente (una di queste è, nell’Egitto occupato dai britannici, il futuro presidente Anwar al-Sadat) e incontra Hitler. Subito, e poi sempre più spesso. I due amiconi discutono di come soffocare la presenza ebraica in Palestina, e Dalin afferma che certamente il gran muftì raccolse confidenze del Führer circa la soluzione finale. Anzi, che ne fu uno degl’ispiratori. Era del resto in confidenze pure con il ministro degl’Interni Heinrich Himmler (ci sono foto dei due con calici alzati e dediche) e con l’SS di altro grado Adolf Eichmann, fra i più alacri sterminatori di ebrei di tutto il Reich. Al processo di Norimberga il vice di Eichmann, Dieter Wisliceny, additò addirittura il muftì come uno degl’iniziatori dell’Olocausto, aggiungendo che al-Husseini aveva pure visitato in incognito le camere a gas di Auschwitz.

Nel 1943 il gran muftì di Gerusalemme divenuto agente dello sterminio ebraico a Berlino si mette ad arruolare effettivi musulmani per le Waffen SS in Bosnia, le quali si scagliano presto contro ebrei e cattolici in Croazia e in Ungheria. A Dresda il suo amico Himmler gli crea persino una scuola militare speciale di mullah addetti alle reclute bosniache.

L’albero si vede dai frutti
Alla fine della guerra al-Husseini riesce a farla franca e nel 1946 fugge in Egitto. Qui incontra Yasser Arafat; alla lontana sono pure parenti. Fatto entrare segretamente nel Paese un ex ufficiale nazista, il muftì inizia l’addestramento del giovane Yasser, il quale uccide il suo primo ebreo nel 1947. Fra chi considera al-Husseini un maestro vi è del resto anche Gamal Abd el-Nasser, leader dell’Egitto nazionalista e fondatore antisemita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Nel 1968 Arafat fonde il proprio gruppo terroristico, al-Fatah, con l’OLP, e nel 1968 recluta gente come Erich Altern, leader della Sezione affari ebraici della Gestapo, e Willy Berner, ufficiale delle SS a Mauthausen.

Al-Husseini muore dunque nel 1974, ma la sua prole è numerosa. Nasser era famoso per raccomandare la lettura dei “Protocolli”; il re saudita Faisal li donava ai suoi ospiti; Sadat, Muhammar Gheddafi e lo stesso Arafat ne sono sostenitori; in Iran se ne fa sfoggio; e il governo de Il Cairo ne stampa copie. Alcuni prigionieri egiziani catturati nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 tenevano in tasca il Mein Kampf di Hitler tradotto da un tizio del Centro Arabo d’Informazione de Il Cairo già funzionario del Ministero della propaganda nazista che, fuggito pure lui in Egitto dopo la guerra, si era convertito all’islam. E il mondo musulmano pullula di balle sul rapimento di bimbi per sacrifici pasquali e altri omicidi rituali.

Poi c’è Abu Mazen, il successore di Arafat alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese. Dottore in Storia al Collegio Orientale di Mosca, nel 1983 ha pubblicato la tesi in forma riveduta, “L’altra faccia. Le relazioni segrete fra il nazismo e i capi del movimento sionista”: vi scrive che gli ebrei gonfiano le cifre dell’Olocausto.

Insomma, i cacciatori d’ignominie antisemite farebbero meglio a lasciar stare le sottane dei preti per sfrucugliare nelle moschee e negli uffici governativi degli adepti del Corano. Ma, evidentemente, a chi ce l’ha con Pio XII (e con Giovanni Paolo II che lo voleva canonizzare) sta più a cuore l’odio verso la Chiesa che l’amore per la verità. Gl’islamisti ringraziano.

Quale islam dopo Ratisbona

segnalato dal sito il Mascellaro

Quale islam dopo Ratisbona
Società - mer 12 set
dai Media
A un anno dall'invito di Benedetto XVI a deporre le armi della violenza in nome della fede, è cambiato l'atteggiamento del mondo musulmano? Oppure ancora vincono le spinte fondamentaliste? Due conoscitori del mondo islamico s'interrogano sulle conseguenze del discorso del Pontefice Ecco cosa si è mosso

Tratto da Avvenire del 12 settembre 2007

Samir Khalil
Una provocazione che spinge ad «allargare la ragione»
«È la via necessaria per un vero dialogo,ma molti all'epoca ignorarono quella parola che torna 46 volte nel discorso tenuto dal Papa» Una sfida anche per l'Occidente
di Giorgio Paolucci

Samir Khalil, di origini egiziane, è gesuita e grande conoscitore del mondo musulmano. Insegna islamologia alla Saint Joseph University di Beirut e tiene corsi in varie università europee.

Un anno fa il discorso di Ratisbona venne frettolosamente catalogato come anti-musulmano. Che traccia è rimasta oggi nel mondo islamico delle polemiche scatenate allora?
«Le parole di Benedetto XVI erano in realtà un invito ad "allargare la ragione" rivolto a tutti, in primo luogo all'Occidente. La parola ragione è citata 46 volte nel discorso. Ma all'epoca a molti fece comodo isolare i riferimenti al dialogo tra l'imperatore bizantino Manuele Paleologo e il saggio persiano per riattizzare il fuoco della polemica che era stato acceso dopo il caso delle vignette su Maometto».

Insomma, fu più una montatura che una polemica culturalmente fondata?
«La maggior parte di coloro che polemizzarono o scesero in piazza "in difesa dell'islam" non aveva neppure letto il discorso, che fu tradotto in arabo solo dopo settimane, ma si appoggiavano ad alcune notizie "provocatorie" di agenzie di stampa occidentale. Ma agli agitatori delle folle (e a qualche governo che doveva distrarre l'attenzione dai problemi sociali e politici interni) faceva comodo evocare il fantasma del Papa antimusulmano. Col passare del tempo, però, le parole di Ratisbona hanno lasciato il segno».

In che senso?
«Tra gli intellettuali più illuminati si sta prendendo coscienza che l'uso della violenza in nome di Dio è un problema reale più che una boutade del Papa. Più in generale, sta allargandosi l'area di coloro che rifiutano un'interpretazione letterale e tradizionalista del Corano e vogliono invece un approccio che tenga conto del contesto in cui si vive. Dicono: Dio non ci ha dato il Corano per metterci fuori del nostro tempo, dobbiamo rileggere i testi sacri calandoli nella realtà, partendo dalla cultura odierna, misurandoci con i problemi della vita contemporanea. Questo rende necessario l'uso della ragione nell'approccio ai testo sacri e, più in generale, richiede un rapporto tra fede e ragione come quello evocato a Ratisbona».

Questa presa di coscienza è limitata ad alcune élite intellettuali o riguarda anche la gente comune?
«Negli ultimi anni è esploso il fenomeno delle fatwa, i responsi giuridici emanati dai "saggi" musulmani che si occupano degli aspetti più minuti della vita quotidiana: come è islamicamente corretto mangiare, lavarsi, vestirsi, avere rapporti sessuali. Le autorità religiose pretendono di determinare il comportamento dei fedeli appoggiandosi sulla tradizione dei primi secoli, che viene trasferita in maniera meccanica nell'epoca contemporanea. E così decidono, in base a un approccio letterale dei testi sacri, cosa è lecito e cosa non lo è. Ma molta gente si ribella, in nome del buon senso e della ragione. Non hanno letto il discorso di Ratisbona, ma è come se quelle parole dimostrassero tutta la loro validità: non agire secondo la ragione è contrario alla natura di Dio».

L'Occidente può fare qualcosa per favorire questo processo? O è meglio che non si impicci, essendo una dinamica tutta interna al mondo musulmano?
«L'Occidente è ovunque nel mondo islamico. La globalizzazione ne porta la cultura, la mentalità, la musica, i film in milioni di case, e a poco valgono i filtri messi dalle autorità governative. C'è Internet, ci sono le tv che permettono di superare le barriere. E la superiorità tecnologica occidentale è del tutto evidente, dai rasoi elettrici alle automobili ai computer. Poi c'è l'immigrazione, che ha portato milioni di musulmani in Europa. La stragrande maggioranza di loro campa meglio che in patria, magari si lamenta ma indubbiamente s perimenta la migliore qualità della vita, la libertà, la democrazia. Molti partono, pochissimi tornano, dunque preferiscono l'Europa. La civiltà occidentale, malgrado i suoi numerosi e innegabili difetti, viene lentamente metabolizzata. Ovviamente, anche nei suoi aspetti deleteri e antireligiosi».

Come del resto avviene tra i cristiani…
«Relativismo, materialismo, consumismo, edonismo sono problemi per tutti coloro che appartengono a una tradizione religiosa. La maggior parte degli imam sostiene che sono il frutto dell'Occidente e quindi bisogna rifiutare in blocco tutto ciò che arriva dalla cultura occidentale perché porta all'ateismo. I cattolici possono testimoniare con la loro vita che tutto ciò è una sfida ma non un impedimento a vivere la fede, e che non c'è conflitto tra fede e modernità. La modernità non è un nemico ma una realtà con cui misurarsi: bisogna fare opera di discernimento usando la ragione. Questo è il grande contributo che i cattolici possono offrire ai musulmani perché non rimangano prigionieri di una posizione che li porta a considerare come un potenziale nemico tutto ciò che sta fuori dal mondo islamico».

Su cosa si può fondare un dialogo tra musulmani e cristiani che non si fermi alle "diplomazie religiose" o al confronto sui valori?
«Ciò che caratterizza l'essere umano rispetto a tutti i viventi è una sola cosa: la ragione e la libertà che ne deriva. Questo è l'elemento di base su cui fondare l'incontro e il confronto. Il discorso di Ratisbona ci ricorda i due grandi rischi che si possono correre: una ragione schiacciata dalla fede (la tentazione integralista), o l'assolutizzazione della ragione che rende ininfluente la fede, che è l'atteggiamento prevalente in Occidente. Il dialogo può includere alcuni valori condivisi (ad esempio, i diritti umani), a condizione che siano stabiliti usando la ragione come riferimento. La "ragione allargata" proposta a Ratisbona è inclusiva dell'etica, della spiritualità, e non s i ritiene una misura assoluta e autoreferenziale».

Le sembra che in Occidente questa esortazione ad allargare la ragione sia stata recepita?
«Il Papa ha messo in discussione il sistema di pensiero prevalente in Occidente negli ultimi due secoli, secondo il quale al di fuori di ciò che si può dimostrare non c'è razionalità. Invece le realtà non dimostrabili esistono e per molta gente sono fondamentali per vivere. E' significativo che proprio in un Occidente che considera la ragione come un assoluto ci siano tante persone che si rifugiano nell'astrologia, nella magia, nelle sette e in altri fenomeni dominati dall'irrazionale. Questo, evidentemente, è una sfida anche per la Chiesa, che deve ritrovare nel fascino per Gesù il motivo fondamentale di attrattiva nei confronti dell'uomo contemporaneo. Non ricette facili o scorciatoie mondane, ma la testimonianza che seguire Gesù ci rende pienamente uomini. Ed è proprio ciò che Benedetto XVI ci invita continuamente a fare».


Wael Farouq
La Mezzaluna è ancora divisa tra tradizione e modernità
«Le parole di Ratzinger mi hanno spinto a rileggere la crisi del pensiero arabo. Dobbiamo liberarci di un certo passato»
di Camille Eid

Nel discorso di papa Benedetto XVI mi ha colpito il fatto che per lui il concetto della ragione non è un concetto chiuso su di sé, ma è un concetto vivo e aperto all’esperienza e alla realtà umane». Wael Farouq è docente di Scienze islamiche alla Facoltà copto-cattolica di Sakakini, al Cairo. Figura tra gli autori d’eccezione del volume Dio salvi la ragione (Cantagalli) che raccoglie, oltre al celebre discorso del Papa all’Università di Ratisbona, anche alcune loro riflessioni. «Si può riassumere il discorso in poche parole, prosegue Farouq: la ragione è una relazione. Una relazione fondata sull’amore dell’altro, senza la quale la fede non può compiersi. Ecco perché il logos ha due significati: Parola e ragione; È seguire la dinamica della ragione spalancata e messa in moto dall’imponenza della realtà che ci rende capaci di un vero dialogo delle culture e delle tradizioni religiose».

A distanza di un anno dal discorso di Ratisbona, crede che si sia mosso qualcosa all’interno del mondo islamico, nel senso di un’apertura alla ragione nel vivere la fede, oppure prevale la diffidenza?
«È difficile affermare che un singolo discorso, a prescindere dall’autorità di chi lo pronuncia, sia in grado di cambiare l’ordine delle cose nel mondo islamico. Di sicuro, il "mio" mondo è cambiato. Il mio modo di concepire il rapporto tra ragione e fede. La lectio di Ratisbona è stata per me un invito e un incentivo per andare a fondo della crisi che sta vivendo il pensiero islamico, e in particolare quello arabo. Ho scoperto, con tanto dolore, che lo sforzo razionale degli autori arabi, invece di risolvere la complessità della realtà, ne diviene parte integrante, perché - volente o nolente - cade nella trappola di partire dalla dialettica tra tradizione e modernità. Questa dialettica è diventata una specie di "buco nero" che inghiottisce ogni sforzo intellettuale e ogni coscienza critica. Gli uni rifiutano la modernità - pur usandola - fino ad arrivare alla rottura, mentre gli altri si identificano con essa fino a vedere nella tradizione e nel contesto storico un ostacolo al progresso».

I tragici eventi che colpiscono ogni giorno il mondo musulmano non muovono una riflessione sulla violenza in nome di Dio?
«Certo, eccome. Ma è doveroso precisare che quando oggi parliamo del rapporto islam ragione o islam violenza dobbiamo distinguere tre livelli: l’islam, la sua interpretazione in un momento preciso da parte di una determinata comunità, e infine le pratiche islamiche nella realtà e nella vita quotidiana. Al primo livello, non troviamo un solo testo contrario alla ragione, ma al secondo troviamo parecchi principi e idee contrari alla ragione e pure all’islam. Il filosofo al-Kindi e poi Averroè hanno illustrato bene come l’interpretazione dei testi rel igiosi possa essere insieme contro la ragione e la fede. Il contesto del discorso del Papa non collega comunque la violenza all’islam, ma invita a fare dell’islam, in quanto grande tradizione religiosa, una fonte di conoscenza. Ignorare queste tradizioni o rifiutarle costituirebbe un attacco alle capacità della ragione. La crisi, secondo me, non risiede nell’islam, ma nei meccanismi di pensiero che lo hanno preceduto, interagito con esso al momento della sua comparsa e si sono diffusi al punto da diventare dominanti fino ai giorni nostri».

È così difficile per il musulmano d’oggi intendere che una fede non supportata dalla ragione sia facilmente succube di convenienze politiche e come tale poco finalizzata allo sviluppo della libertà umana?
«L’analfabetismo, l’arretratezza tecnologica e la corruzione politica in cui versano molti musulmani. condiziona profondamente questa riflessione e la stessa pratica religiosa. La crisi della razionalità contemporanea non è tuttavia limitata a una sola cultura; nonostante la grande differenza circa le cause e la natura di questa crisi in ogni cultura, essa rimane una crisi generale dell’umanità, da cui discende unicamente violenza, in diverse forme: la violenza conoscitiva contro la vita umana incarnata dallo spirito nichilista dominante in Occidente e la violenza fisica contro la vita umana incarnata dallo spirito estremista nel mondo islamico. Bisogna recuperare la passione per la ragione come esigenza di totalità. L’allargamento della ragione non avviene solo attraverso la pur giusta difesa di una corretta concezione della ragione, ma dal vedere in atto un’umanità che vive la ragione così e che ne sperimenta il bene per sé».

Quali sono le vie attraverso cui il mondo islamico può riscoprire l’unità di fede e ragione? E in che modo il mondo occidentale può aiutarlo?
«La riscopre recuperando la tradizione popolare islamica secondo la quale "Dio lo si conosce con la ragione" che sovrappone la ragione addirittura all’ispirazi one divina. Nel diritto islamico si afferma poi che "la ragione è precedente alla sharia", perché senza la prima non si intende la seconda. Il problema sta, come già detto, nel trasferire questi concetti nella realtà. l’Occidente aiuta i musulmani - e qui aiuta anche se stesso - quando rimane fedele ai propri principi etici e democratici. Se gli occidentali non ammettono che uno rappresenti una comunità senza elezioni, mi chiedo perché mai accetta di farlo con l’Oriente. L’Occidente deve smettere di considerare come partner dei politici che "sequestrano" o manipolano l’islam».

Scuole islamiche? No, grazie Da donna araba vi dico perché

segnalato dal sito il Mascellaro

Scuole islamiche? No, grazie Da donna araba vi dico perché
Società - mer 12 set
dai Media

La deriva del radicalismo in Italia, l'assenza dello Stato
di Souad Sbai

Tratto da Avvenire del 12 settembre 2007

È una domanda che mi sento rivolgere spesso: perché sono contraria alle scuole islamiche? Perché mai sostengo che le famiglie musulmane dovrebbero mandare i loro figli solo nelle scuole che costituiscono il sistema italiano di istruzione pubblica?

La mia risposta è sempre la stessa: perché da donna araba e di cultura islamica conosco bene il problema delle scuole islamiche e il pericolo che rappresentano. In primo luogo per i nostri figli e più in generale per il progetto di una società dove tutti i cittadini, qualunque sia la loro nazionalità e la loro origine, possano convivere serenamente, ciascuno con le proprie tradizioni, la propria religione e le proprie radici. Ma nel segno di una educazione e di una formazione comune fondata sui valori della democrazia, della comprensione e del rispetto reciproco.

Le cosiddette scuole islamiche non rientrano in questo progetto. Non lo condividono: nell'età più delicata, quando si struttura la personalità, formano le nuove generazioni di immigrati con l'imprinting tipico del fondamentalismo religioso. Che comprende la diffidenza, l'ostilità e il disprezzo verso "l'altro", l'ideologia della purezza del gruppo opposta alla corruzione di chi non ne fa parte, l'esaltazione di una identità destinata alla conquista. Integrazione e dialogo non sono un punto di riferimento ma un'invenzione, un pericoloso gioco di specchi da cui un buon musulmano deve tenersi alla larga se non vuole tradire se stesso.

Non serve ricordare l'inquietante andirivieni sui banchi di queste scuole, spesso clandestine e organizzate all'ombra delle moschee, di opuscoli che spiegano a bambini di sei anni come sia un imperativo morale odiare cristiani ed ebrei. Non sono solo questi episodi di fanatismo che ci devono allarmare: bastano fatti meno clamorosi. E i fatti sono che lo Stato non esercita alcun vero controllo, né su quanto viene insegnato né su chi lo insegna. Che la maggior parte di esse è sostenuta e finanziata dall'islam più radicale. Che so no istituti non autorizzati che operano per lo più in regime di illegalità. E, infine, che i ragazzi che ne escono hanno un grado di istruzione talmente basso che difficilmente riusciranno a superare gli esami richiesti per ottenere l'equiparazione del loro titolo di studio.

Se abbiamo a cuore il futuro di questi giovani, se pensiamo al difficile ruolo di "ponte" che dovrebbero ricoprire tra il mondo dei padri e quello che li aspetta, sono molti i motivi per essere preoccupati e per guardare sconfortati alla superficialità con cui un problema di queste proporzioni (non) viene affrontato.

Nei Paesi islamici del Nord Africa avviati sulla strada della democrazia non esistono più scuole del genere. Esempi che, a quanto pare, non ci hanno insegnato nulla. Provate a chiedere ai dirigenti del ministero della Pubblica Istruzione la mappa di questo nostro Far West, provate a domandare quante sono le scuole islamiche in Italia, dalle clandestine a quelle ufficiali: vi diranno che non lo sanno nemmeno loro, sanno soltanto che crescono di numero, un po' come succede per le moschee.

Si dice: non possiamo negare all'islam le scuole che concediamo ai francesi, agli americani o ai tedeschi. Oppure: avversare le scuole islamiche vuole dire impedire alle famiglie musulmane di trasmettere ai figli la storia, la cultura, la religione della loro terra di origine. Alla prima obiezione rispondo che finché non ci saranno controlli adeguati abbiamo non il diritto, ma il dovere di proteggere la comunità nazionale da tutto ciò che la mette in pericolo. Per replicare alla seconda, ritengo che basterebbe avviare nelle scuole pubbliche italiane dove maggiore è l'affluenza di immigrati, dei corsi supplementari di formazione che forniscano le nozioni che possono aiutarli a valorizzare e approfondire la loro vera identità. Che non è certo quella che viene imposta dai seguaci dell'islam radicale. Sarebbe un primo passo nella giusta direzione, occorre solo un po' di impegno e di coraggio. Sono p roprio i primi, piccoli passi quelli più difficili da compiere.

domenica 16 settembre 2007

MEGA-MOSCHEA A BOLOGNA: LA LEGA PORTA IL CASO IN PARLAMENTO

pubblicato su Stato Oggi

MEGA-MOSCHEA A BOLOGNA: LA LEGA PORTA IL CASO IN PARLAMENTO

(AGI) - Bologna, 13 set. -”Ormai e’ chiaro a tutti che i dilettanti che guidano l’amministrazione bolognese sulla questione della Moschea ne hanno combinata una piu’ di Bertoldo. Forse pensavano che nessuno dell’opposizione avesse il coraggio di contrastare la loro politica filo islamica. Non hanno pero’ fatto i conti con l’asse tra la Lega Nord e la Lega Anti Diffamazione Cristiana che oramai ha smontato pezzo per pezzo questa scellerata idea di costruire a Bologna la piu’ grande moschea del Sud Europa. Mi fa piacere che altri partiti politici finalmente si accodino alla battaglia. Certo, avessero seguito prima il coraggio della Lega Nord, ora avremmo risultati ancor piu’ importanti”: e’ quanto afferma l’on. Gianluca Pini, deputato della Lega Nord eletto in Emilia Romagna e presidente della Lega Anti Diffamazione Cristiana che riunisce il fronte anti moschea e si e’ fatto promotore del referendum cittadino contro la realizzazione del mega-tempio islamico a Bologna. Lo stesso parlamentare annuncia di aver depositato oggi alla Camera una interrogazione al presidente del Consiglio dei Ministri ed ai Ministri degli Esteri, della Difesa e dell’Interno riguardo il ” dilettantismo e la superficialita’ con i quali l’assessore Merola ha gestito una partita delicatissima con il Ministero della Difesa e l’Alleanza Atlantica, quasi fossero due bocciofile di quartiere” commenta il parlamentare leghista “e’ infatti gravissimo e inconcepibile poi che nessuno della giunta Cofferati abbia anche solo informato il comando Nato o il Ministero della Difesa circa l’intenzione di realizzare un’opera su di un terreno al elevatissimo rischio come confermano i vertici dell’aeronautica militare di Parma quando affermano che realizzare li’ la moschea e’ pericoloso” L’on. Pini ha poi concluso ringraziando Monsignor Ernesto Vecchi, Vescovo Ausiliare di Bologna per le “parole coraggiose volte a svegliare le coscienze dei bolognesi sui rischi impliciti derivanti dalla costruzione della moschea e per il legittimo richiamo alla necessita’ di una consultazione popolare su di un tema cosi’ delicato e devastante per la societa’ bolognese”.
Intanto la Lega Antidiffamazione Cristiana, sezione di Bologna, in una nota fa sapere di avere provveduto a informare della vicenda, con una lettera corredata di allegati tecnici, il Comando militare dell’Aeronautica di Parma. E per i prossimi giorni, a partire da sabato a Bologna, sulla vicenda della ipotizzata grande moschea a Bologna sono annunciate manifestazioni politiche con esponenti nazionali delle forze politiche contrarie a tale insedimento. (AGI)

Per la perizia sul terreno denunceremo l'assessore Merola

pubblicato sul Resto del Carlino del 16-09-07


Introibo ad altare Dei

riceviamo e volentieri pubblichiamo l'avviso di Una-Voce

DOPO L'ENTRATA IN VIGORE

DEL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

IL 14 SETTEMBRE 2007

LA SANTA MESSA TRIDENTINA A BOLOGNA

SARÀ CELEBRATA

LA DOMENICA E LE FESTE DI PRECETTO ALLE ORE 9:30

NELLA CHIESA DELLA MADONNA DI GALLIERA

E DI S. FILIPPO NERI

(Via Manzoni 3, Bologna)

IL PRIMO SABATO DEL MESE ALLE ORE 16:30

NEL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL BARACCANO

(Piazza del Baraccano 2, Bologna)

GLI ALTRI SABATI ALLE ORE 17:30

NELLA BASILICA DI S. MARIA DEI SERVI

(Strada Maggiore 43, Bologna)

Info cuvve@unavoce-ve.it

Tel. 347 3665840


Riarmo spirituale: breve spiegazione del rito di San Pio V

sabato 15 settembre 2007

Moschea, Merola frena

pubblicato sul Corriere della Sera - cronaca di Bologna del 15-09-07