martedì 18 settembre 2007

Cattolici sotto processo nell’Africa arabizzata

pubblicato su Italiani Liberi



editoriale

guerra di religione in algeria

Cattolici sotto processo
nell’Africa arabizzata

di Ida Magli
il Giornale | 5 Settembre 2007

L’Africa è oggi non soltanto quasi del tutto musulmana, ma anche arabizzata. Questo significa che molti dei caratteri psicologici e culturali che l'Europa conosceva, oggi non esistono più. Il ricordo della storia passata, inoltre, per la maggior parte degli Africani è incancellabile quale che sia la generosità degli aiuti e i rapporti di simpatia che varie nazioni europee, ivi inclusa l'Italia, cercano in tutti i modi di stabilire. Il «tempo» per i musulmani è sempre presente; il concetto di storia che per noi è una forma di «tecnica del divenire», che ci aiuta appunto a far diventare passato ciò che è accaduto, non è neanche pensabile nel mondo coranico, che lo sentirebbe come un tradimento verso Allah.
Naturalmente è proprio questo atteggiamento mentale
che in qualche modo obbliga i musulmani a vivere più o meno come vivevano un millennio e mezzo fa, ma noi dobbiamo convincerci che non abbiamo né il diritto né la possibilità di cambiare il loro modo di pensare e di vivere. La Chiesa deve anch'essa convincersi
che l'universalismo cristiano non si può più realizzare, e
che forse, era perfino sbagliato crederlo anche quando l'impero romano sembrava aver unificato quasi tutto il mondo raggiungibile partendo dal centro dell'Europa.
Ma questa è soltanto una premessa di carattere teorico. La realtà culturale e politica, che pure i governanti sembrano non voler comprendere, è che esiste un Islam che ormai ha già coperto il Medio Oriente e l'Africa e sta penetrando in India e in Cina, congiungendosi in modo da formare l'arco che attraverso l'immigrazione sgretolerà la struttura culturale dell'Europa. Stranamente, invece, l'Europa si comporta come fosse convinta che possa, o meglio che debba avvenire il contrario; ossia che il modello europeo della uguaglianza, della solidarietà, della non violenza, del benessere sarà quello vincente, che tutti vorranno abbracciare. Si tratta di un errore gravissimo, compiuto da politici-economisti, per i quali la libertà del mercato è in assoluto la libertà per gli uomini. E, di conseguenza, la pace, la felicità. È indispensabile, dunque, che l'Europa rimetta i piedi per terra. Che la Chiesa, se vuole sussistere nella sua essenza evangelica, rimetta i piedi per terra. Non diventerà più forte né più credibile riallacciandosi all'Antico Testamento, o cercando le analogie e punti di contatto con Maometto.
I Vangeli sono una realtà unica; Gesù ha combattuto
contro i precetti dell'Antico Testamento, ha messo le donne alla pari con gli uomini; ha gridato con tutte le sue forze che a Dio non servono i sacrifici degli animali, non servono le ripetizioni di preghiere e di gesti sempre uguali. Ma non servono neanche le masse.

Roma, 4 Settembre 2007

Amato sbaglia, con l'islam non si può seguire il modello delle intese

segnalato dal sito Informazione Corretta

Il Giornale
Informazione che informa
Giustifica
17.09.2007 Amato sbaglia, con l'islam non si può seguire il modello delle intese
Massimo Introvigne spiega perché

Testata: Il Giornale
Data: 17 settembre 2007
Pagina: 14
Autore: Massimo Introvigne
Titolo: «Con l'"anarchico" islam intesa impossibile»
Dal GIORNALE del 17 settembre 2007, un articolo di Massimo Introvigne

Il ministro degli Interni Giuliano Amato torna sulla vecchia proposta dell’Intesa con i musulmani: «Serve una intesa con i musulmani - afferma - per poter avere con le loro organizzazioni religiose gli stessi rapporti chiari e trasparenti che ho con le altre a partire dalla Chiesa cattolica».
A prescindere dal fatto che le Intese con le minoranze religiose non hanno lo stesso statuto giuridico e costituzionale del Concordato - giustamente riservato solo alla Chiesa cattolica, di cui i costituenti vollero riconoscere il ruolo unico nella storia e nella cultura italiana -, a prima vista il ragionamento di Amato potrebbe sembrare logico. Ci sono Intese - cioè «piccoli concordati» - con gli Ebrei, i Valdesi, i Battisti, gli Avventisti, i Pentecostali, i Luterani. Prodi ne ha firmate altre, in attesa di ratifica parlamentare, tra gli altri con i Testimoni di Geova. Perché non con i musulmani?
La risposta c’è: perché i musulmani non sono una di quelle «confessioni religiose» che i padri della Costituzione avevano in mente quando formularono l’articolo 8 della nostra Carta fondamentale. Una confessione religiosa è una realtà strutturata, organizzata, gerarchica, dove ci sono delle autorità che rappresentano tutti i fedeli e possono impegnarsi per loro di fronte allo Stato. Vale per i vescovi cattolici, ma anche per il Sinodo valdese o per il presidente dei Testimoni di Geova. L’islam sunnita (quello sciita è diverso, ma in Italia è piccolissimo), detto in termini sociologici, non è una religione verticale, ma orizzontale.
Non ha un clero, non ha l’equivalente dei vescovi, del Papa e nemmeno dei parroci. Gli imam - cui i nostri media, abituati a trattare con la Chiesa cattolica, danno spesso troppa importanza - non sono le guide delle loro comunità, ma semplici incaricati temporanei di guidare la preghiera e gestire il locale di culto. Per stipulare un’Intesa, come è evidente, bisogna essere in due: lo Stato e chi esercita l’autorità nella «confessione religiosa» di cui all’articolo 8 della Costituzione.
L’islam (sunnita) si vanta precisamente di non avere autorità né gerarchie. L’unica autorità è il Corano, e il consenso nella comunità dovrebbe riconoscere l’opinione del più saggio e del più dotto. Di fatto, in molti paesi musulmani anche le questioni religiose sono decise dal re o dal governo: ma l’Italia, appunto, non è un paese musulmano.
Certo, da noi esistono diverse associazioni di musulmani, ognuna delle quali dichiara di essere «quella vera» e vorrebbe firmare l’Intesa. Quella che controlla più moschee, l’UCOII, ha una dirigenza fondamentalista e legata ai Fratelli Musulmani, i cui valori sono incompatibili con la Costituzione. Le associazioni filo-occidentali rappresentano solo una minuscola frazione dei musulmani italiani. La maggioranza degli immigrati non fa parte di nessuna associazione, e spesso non ne conosce neppure il nome. La Consulta per l’islam italiano è stata creata dal predecessore di Amato, Pisanu, come organismo dichiaratamente «non rappresentativo», con membri scelti dal ministro sia tra i responsabili delle associazioni (UCOII compresa) sia tra intellettuali che rappresentano se stessi. Pisanu non voleva certo fondare un’inesistente «Chiesa» islamica, e se la Consulta firmasse un’Intesa molti leader musulmani il giorno dopo la dichiarerebbero carta straccia. Amato si rassegni. Sarebbe certo una bella cosa se questo governo avesse una politica seria dell’islam italiano. Ma la strada non passa dall’Intesa.

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San Marco d'Aviano - una biografia completa

lunedì 17 settembre 2007

San Marco d'Aviano - fautore dell'identità Europea

tratto dal sito http://www.internetsv.info/Aviano.html?a

B. Marco d'Aviano - Cappellano dell'Esercito Imperiale austriaco

 B. Marco d'Aviano OFMCap.

B. Marco d'Aviano




Beato Marco d'Aviano

Cappellano dell'Esercito Imperiale austriaco

Marco d'Aviano, venerabile. Nacque ad Aviano (Udine) il 17 nov. 1631 dai distinti coniugi Marco Cristofori e Rosa Zanoni ed ebbe, al Battesimo, il nome di Carlo Domenico. Ricevette la prima istruzione da un precettore del paese e, in età conveniente, i genitori lo affidarono al collegio dei Gesuiti di Gorizia. II ragazzo, di carattere timido ma sognatore, si lasciò prendere dall'entusiasmo e un giorno, al rientro degli allievi da una passeggiata, mancò all'appello: era fuggito per andare a convertire i Turchi. Dopo due giorni di cammino batté spossato alla porta dei Cappuccini di Capodistria. La crisi giovanile si risolse con la chiamata di Dio al chiostro e, il 21 novembre 1648, egli vestí l'abito nel noviziato di Conegliano, mutando il nome di Battesimo in quello di Marco. Dovette vincere alcune difficoltà; tra l'altro, i superiori, in un primo tempo, non pensavano di ammetterlo allo studio. Fu l'intuito di Fortunato da Cadore, poi ministro generale, che aprí al giovane religioso la via della cultura per lui tutt'altro che facile. Ricevuta l'ordinazione sacerdotale il 18 settembre 1655, cominciò subito, non senza qualche timore, l'apostolato della parola.

Nel 1670 fu nominato superiore del convento di Belluno e, dopo due anni, di quello di Oderzo. Il peso della responsabilità ostacolava però il suo profondo desiderio di solitudine e di preghiera e pertanto i superiori, accogliendone la richiesta, lo trasferirono a Padova. Là un panegirico, che il servo di Dio dovette tenere per ubbidienza, lo rivelò al gran pubblico della dotta città, non tanto forse per l'eloquenza del dire, quanto per un fatto prodigioso.

Da quel momento ebbe inizio un intenso ritmo di vita che portò Marco sulle strade non solo del Veneto, ma di quasi tutta l'Europa. Queste predicazioni e questi viaggi furono contrassegnati dalla sempre crescente fama taumaturgica. Le numerose relazioni private e diplomatiche esaltano questa potenza; qualche voce discorde accenna anche a suggestioni e scene di fanatismo. A parte il giudizio sui singoli casi, che può richiedere uno spassionato esame critico, resta il fatto che Marco sfuggiva, per quanto possibile, gli onori e conduceva vita austera e di profonda pietà. Egli si valeva, per i suoi interventi a favore di bisognosi e malati, di una particolare formula di benedizione, che rimase famosa e gli creò qualche noia da parte delle autorità ecclesiastiche.

La fama oltrepassò i confini d'Italia, cominciarono a giungere richieste ai superiori e al papa per avere lo straordinario apostolo. Egli compí un primo viaggio nel 1680 visitando il Tirolo, la Baviera, Salisburgo e altre città austriache. Si recò quindi a Linz, dove era atteso dall'imperatore; vi si trattenne quindici giorni ed iniziò cosí quel rapporto tra Marco e Leopoldo I, che ebbe notevoli effetti sulla vita politica del tempo. L'imperatore, rimasto famoso per la lunga durata del suo governo (quarantasette anni) e per la complessità del carattere, trovò nel cappuccino il proprio confidente e consigliere, come dimostra la lunga corrispondenza intercorsa tra i due. Da Vienna Marco si trasferí a Neuburg, dove operò un grande prodigio.

Ritornato a Venezia, nella primavera successiva intraprese un nuovo viaggio per le Fiandre, attraverso la Francia. Con pretesti burocratici, ma in realtà per motivi politici, Luigi XIV non permise al cappuccino di passare per Parigi; anzi - e pare in malo modo - lo fece accompagnare alla frontiera. Compiuta la missione in Fiandra, ancora attraverso la Germania e la Svizzera, Marco ritornò in Italia, ma per breve tempo. Sollecitato da continue richieste da parte del re di Spagna, il papa avrebbe voluto che Marco si recasse in quella nazione. Avrebbe dovuto imbarcarsi a Genova, ma poiché soffriva il mare, gli si richiese un lasciapassare per la Francia meridionale, che Luigi XIV ostinatamente rifiutò.

Le vicende dei tempi ricondussero Marco a Vienna e lo prepararono al grande compito che caratterizza il secondo periodo della sua vita, la lotta contro i Turchi. Questi nella loro avanzata si erano spinti fin sotto Vienna alla quale avevano posto l'assedio. Marco, spinto dallo zelo e dalle vive raccomandazioni di Innocenzo XI, si portò al campo imperiale, vinse le riluttanze, appianò le divergenze, animò i soldati e soprattutto il coraggioso Giovanni Sobieski con l'incrollabile richiamo all'aiuto divino, e Vienna fu liberata (1683). Il servo di Dio, scrivendone al papa attestava che la liberazione era avvenuta «per miracolo». La vittoria la si sarebbe potuta sfruttare, inseguendo il nemico in fuga e liberando le altre città invase, ma la persistente rivalità tra i principi frustrò la felice occasione. Marco tuttavia continuò nella sua opera di persuasione, arrivando perfino a suggerire piani strategici.

Con la forza della volontà e con il prestigio riuscí a vedere la sconfitta definitiva dell'Islam in Europa con le battaglie di Budapest (1684-1686), Neuhäusel (1685), Mohacz (1687) e Belgrado (1688), fino alla pace di Karlowitz (1689). Nel 1684 era riuscito a far entrare nella Lega Santa anche Venezia e soleva dire che, se avesse potuto parlare con Luigi XIV, avrebbe convinto anche lui. Finite le campagne, il servo di Dio riprese instancabile la sua opera pastorale, richiamando le coscienze, combattendo il peccato, incitando alla pace e all'unione, rifuggendo dagli artifici della politica ufficiale, resistendo alle diffidenze, di cui si sentí fatto oggetto talvolta da parte della stessa diplomazia pontificia.

Nel 1699 si sobbarcò ad un ultimo viaggio a Vienna: «Non ne, posso piú - disse - ma il Papa comanda». Era affetto da un tumore che lo consumava. Il 25 luglio si mise a letto ed il 13 agosto morí, assistito dall'imperatore. Dopo solenni funerali, il suo corpo trovò riposo definitivo (1703 ) nella cripta dei Cappuccini di Vienna, accanto alle tombe imperiali. L'11 dicembre 1912, s. Pio X firmò il decreto d'introduzione della causa di beatificazione.

Di lui rimangono alcuni trattatelli ascetici, che godettero ai suoi tempi grande diffusione. Egli, di solito, viene raffigurato nell'atto di predicare. Il pittore polacco Matejko, in un quadro conservato nella Pinacoteca Vaticana, lo ha raffigurato a cavallo, dietro Giovanni Sobieski, nel trionfo dopo la liberazione di Vienna.

Cfr. Cassiano da Langasco, Marco d'Aviano in Bibliotheca Sanctorum,VIII, Roma 1967, col. 704-706.

Il 27 aprile 2003 il S. Padre Giovanni Paolo II ha proclamato beato il p. Marco d'Aviano, additandolo alla Cristianità quale predicatore evangelico, eroico ed intrepido cappellano e testimone coraggioso di Cristo in ogni avversità.


La liturgia nel solco della Tradizione

La liturgia nel solco della TradizioneEditoriale de “La Civiltà Cattolica”

CITTÀ DEL VATICANO, giovedì, 13 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’editoriale de “La Civiltà Cattolica”, apparso nel numero del 15 settembre 2007, in cui si analizza la Lettera apostolica Summorum Pontificum del 7 luglio 2007 con la quale Benedetto XVI ha consentito l’uso del Missale Romanum anteriore al Concilio, nell’edizione approvata da Giovanni XXIII nel 1962.

In una lettera accompagnatoria il Papa rassicura i “fratelli nell’Episcopato” sull’infondatezza dei timori che il provvedimento potrebbe suscitare. Infatti il Missale Romanum rinnovato da Paolo VI nel 1970 rimane la forma ordinaria della celebrazione eucaristica, mentre il Missale Romanum del 1962 potrà essere usato come forma straordinaria in favore di gruppi di fedeli ancora legati all’uso antico, che ne facciano richiesta.

Il documento pontificio, che entrerà in vigore il 14 settembre, Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, stabilisce le condizioni relative a tale uso.

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LA LITURGIA NEL SOLCO DELLA TRADIZIONE

Il 7 luglio 2007 è già passato alla storia quale data da cui non potrà prescindere né lo studioso dei riti che si occupa del cammino della riforma liturgica, né il pastore o il semplice fedele che si preoccupano della verità della celebrazione. Con un nuovo documento «sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970», reso pubblico in quella data, Benedetto XVI ha posto fine alle notizie che, seppure incerte, circolavano da tempo e che disponevano gli uni a «un’accettazione gioiosa», gli altri a «un’opposizione dura».

È lo stesso Pontefice a non far mistero di questi contrapposti sentimenti nei confronti di «un progetto il cui contenuto in realtà non era conosciuto». Adesso che lo conosciamo, lo vogliamo accogliere «con animo grato e fiducioso», certi che lo spirito della liturgia da tutti ricercato riuscirà a comporre in unità di vedute posizioni per il momento ancora distanti.

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Prima di esaminare il contenuto del documento che Papa Benedetto presenta quale «frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera», al fine di inquadrarlo nella sua giusta luce, sarà bene dare uno sguardo alla lettera accompagnatoria, dalla quale già abbiamo stralciato le espressioni citate. In essa il Vescovo di Roma, parlando — per così dire — col cuore in mano ai «fratelli nell’episcopato», esamina i due timori che si opponevano più direttamente alla pubblicazione del documento e ad ognuno di questi dà una circostanziata risposta.

Il primo timore è «che qui venga intaccata l’autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali — la riforma liturgica — venga messa in dubbio». A conferma dell’infondatezza di tale timore il Pontefice opera una distinzione importante, affermando che il Messale di Paolo VI «è e rimane la forma normale — la forma ordinaria — della liturgia eucaristica», mentre invece «l’ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l’autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio, potrà, invece, essere usata come forma straordinaria della celebrazione liturgica». Quindi il Pontefice si sofferma sui meriti del Messale del 1962. Precisa che «questo Messale non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso». Ricorda che non pochi sono rimasti «fortemente legati a questo uso del rito romano che, fin dall’infanzia, era per loro diventato familiare», soprattutto «nei Paesi in cui il movimento liturgico aveva donato a molte persone una cospicua formazione liturgica». Tra costoro menziona in particolare coloro che, pur accettando il Vaticano II, «desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra liturgia». Riconosce che in costoro «la fedeltà al Messale antico» si è configurata spesso come una comprensibile reazione «a deformazioni della liturgia al limite del sopportabile».

Dopo aver evocato le «deformazioni arbitrarie della liturgia» che purtroppo ci sono state, Benedetto XVI illustra l’opera del suo predecessore Giovanni Paolo II, che intervenne in due riprese. Anzitutto, già nel 1984 egli offrì ai vescovi diocesani, tramite la lettera Quattuor abhinc annos della Congregazione per il Culto Divino (cfr AAS 76 [1984] 1.088 s), la possibilità di concedere a quei sacerdoti che ne avessero fatto richiesta un indulto in favore del Messale del 1962. Quindi (cfr ivi, 80 [1988] 1.495-1.498) istituì con il motuproprio Ecclesia Dei adflicta del 2 luglio 1988 un’apposita Commissione, composta da un cardinale presidente e da altri membri della Curia romana, con lo scopo di facilitare la piena comunione di tutti coloro che si sentivano legati al Messale del 1962. Il motu proprio Summorum Pontificum si propone dunque di aggiornare e regolamentare quanto era stato avviato dai due provvedimenti anteriori, fra l’altro anche per «liberare i vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni».

Il secondo timore era «che una più ampia possibilità dell’uso del Messale del 1962 avrebbe portato a disordini o addirittura a spaccature nelle comunità parrocchiali». Ma si tratta di un timore non realmente fondato. Infatti le condizioni presupposte per il suo utilizzo, vale a dire «una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina», fanno sì che il numero dei fedeli che faranno ricorso al Messale antico resti pur sempre esiguo rispetto a quanti continueranno a utilizzare il nuovo Messale.

Dopo aver rassicurato i destinatari della lettera, cioè i vescovi, circa l’infondatezza dei due timori, Benedetto XVI accenna a un possibile e vicendevole arricchimento tra «le due forme dell’uso del rito romano», in quanto l’una non potrà prescindere dall’altra. Se il Messale antico potrà e dovrà recepire dal nuovo, oltre all’inserimento dei nuovi santi e di alcuni nuovi prefazi, opportuni stimoli per una necessaria messa a punto delle «possibilità pratiche», cioè dell’assetto rubricale, d’altra parte nell’utilizzo del nuovo Messale «potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso».

Nel concludere la lettera accompagnatoria, il Pontefice precisa che la ragione positiva che lo «ha motivato ad aggiornare mediante questo motuproprio quello del 1988» è il desiderio di «giungere a una riconciliazione interna nel seno della Chiesa». Citando un testo paolino e facendo sua la franchezza con cui l’Apostolo contrappone al suo «cuore aperto» i «cuori stretti» dei corinzi (cfr 2 Cor 6,11-13), il Papa invita tutti ad aprire generosamente il cuore, per lasciar entrare, insieme alla convinzione che anche la liturgia cresce e progredisce, quella percezione del sacro dalla quale la liturgia stessa non può prescindere. Il messaggio è chiaro: se gli uni «non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi», gli altri devono preoccuparsi di «conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto».

Consapevole delle conseguenze liturgico-pastorali che potrà avere questo suo personale intervento, il Pontefice così si rivolge ai vescovi: «In conclusione, cari confratelli, mi sta a cuore sottolineare che queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né sulla pastorale dei vostri fedeli [...]. Inoltre, vi invito [...] a scrivere alla Santa Sede un resoconto sulle vostre esperienze, tre anni dopo l’entrata in vigore di questo motuproprio. Se veramente fossero venute alla luce serie difficoltà, potranno essere cercate vie per trovare rimedio».

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Mentre la lettera accompagnatoria, grazie allo stile piano e trasparente con cui il Pontefice comunica le sue preoccupazioni di pastore supremo, favorisce una comprensione immediata, la parte giuridica del documento vero e proprio invece richiede un’analisi attenta del testo che dovrà essere letto «prouti iacet», e possibilmente nell’originale latino.

La prima parte del documento prende le mosse dal noto assioma patristico che regola il rapporto tra lex orandi e lex credendi. Letto nel contesto originario e nella formulazione peraltro sospesa dell’argomentazione di Prospero di Aquitania († 455) in favore della necessità della grazia, così suona l’assioma: «[...] affinché la normativa della preghiera determini la normativa della fede ([...] ut legem credendi lex statuat supplicandi)» (Denz.-Schönm. 246). Si può tuttavia notare che nel motuproprio, sulla base di una citazione tratta dalla Institutio generalis Missalis Romani e proveniente a sua volta dall’istruzione Varietates legitimæ (cfr AAS 87 [1995] 298 s) l’assioma è invertito.

Vi leggiamo: «Da tempo immemorabile, come pure per l’avvenire, si deve osservare il principio “per cui ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la lex orandi della Chiesa corrisponde (respondet) alla sua lex credendi”» (Missale Romanum 20023, Institutio generalis, n. 397). Il rovesciamento qui operato è senz’altro legittimo, sia perché già lo si incontra nell’enciclica Mediator Dei di Pio XII (cfr AAS 39 [1947] 541), sia perché tra le due leges che presiedono al depositum fidei c’è sincronia e sintonia perfetta, né potrebbe l’una contrapporsi all’altra.

Nel documento, il Pontefice prosegue menzionando alcuni suoi Predecessori, particolarmente legati alla storia e agli sviluppi del Messale romano: san Gregorio Magno († 604), che si prodigò per arricchire la liturgia; san Pio V († 1572), che promosse l’edizione dei libri liturgici e principalmente del Messale emendato ad normam Patrum; Clemente VIII († 1605) e Urbano VIII († 1644), che ne curarono importanti revisioni; san Pio X († 1914), che tanto si impegnò per ripulire l’edificio liturgico «dallo squallore dell’invecchiamento» (AAS 5 [1913] 449 s); Benedetto XV († 1922), che pubblicò l’edizione rivista dal suo Predecessore; Pio XII († 1958), che volle il rinnovamento della veglia pasquale e della Settimana santa; il beato Giovanni XXIII († 1963), che ebbe il privilegio di aggiornare l’ultima edizione del Messale tridentino; Paolo VI († 1978), che seguì personalmente la riforma del Messale, nonché degli altri libri liturgici voluta dal Concilio; e infine Giovanni Paolo II († 2005), che ha legato il suo nome alla terza edizione tipica del Messale conciliare.

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Dopo questa carrellata di Pontefici benemeriti e dopo un breve cenno ai problemi sollevati da parte di «non pochi fedeli» rimasti affezionati all’antico Messale e il ricordo degli interventi del suo immediato Predecessore in loro favore, Benedetto XVI affida la nuova normativa a una sequenza di dodici articoli. Li possiamo riassumere in maniera discorsiva nel modo seguente.

Esistono due soli usi del rito romano: la «forma ordinaria (ordinaria expressio)» con il Messale del 19701-20023 e la «forma straordinaria (extraordinaria expressio)» con il Messale del 1962 (art. 1). Nelle Messe senza concorso di popolo, ogni sacerdote di rito latino può usare liberamente il Messale del 1962 (art. 2). La precisazione «il sacerdote non ha bisogno di nessun permesso, né della Sede Apostolica né del suo ordinario» esprime un reale mutamento rispetto alla normativa in vigore dal 1984.

Allora si trattava di un «indulto», cioè di una concessione fatta — a titolo di deroga «indulgente» alla norma — dal vescovo diocesano a singoli sacerdoti e ai rispettivi fedeli, previa ammissione della legittimità ed esattezza dottrinale del Messale di Paolo VI. Ciò che prima era concessione, adesso è norma. L’uso del Messale del 1962 non è però consentito «nel Triduo sacro», perché in quei giorni la liturgia, da celebrarsi «cum fidelium frequentia» (Missale Romanum 20023, p. 298, sub 3), deve restare unica in una medesima chiesa. A queste celebrazioni possono essere ammessi anche quei fedeli che spontaneamente lo chiedono (art. 4). Con lo stesso Messale possono celebrare la Messa conventuale o «di comunità» tutte le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica (art. 3).

Nelle parrocchie in cui esiste «stabilmente (continenter)» un gruppo di fedeli affezionati alla precedente tradizione liturgica, il parroco è pregato di concedere volentieri ai sacerdoti «idonei» l’uso del Messale del 1962, però limitatamente a una sola celebrazione nelle domeniche e nelle feste; nessuna limitazione è invece espressa per le celebrazioni nei giorni feriali, come pure nel caso di matrimoni, esequie o pellegrinaggi (art. 5). La precisazione espressa dall’avverbio «continenter» esclude che la richiesta del «ritus antiquior» possa essere determinata da curiosità per il diverso, da ricerca di folklore religioso e — come si legge nella lettera accompagnatoria — da «aspetti sociali indebitamente vincolati all’attitudine dei fedeli». Invece la clausola «idonei esse debent» implica che i sacerdoti, oltre a conoscere bene il latino, dovranno avere un’adeguata familiarità con il «Ritus servandus in celebratione Missae» e analogamente con i rituali degli altri sacramenti.

Allorché si usa il Messale del 1962 nelle Messe con concorso di popolo, le letture possono essere fatte nella lingua vernacola, utilizzando i lezionari approvati (art. 6). I fedeli che, pur avendo chiesto al parroco l’uso del Messale del 1962, non lo avranno ottenuto, possono ricorrere al vescovo diocesano, che è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio; qualora poi non fosse in grado di esaudirlo, dovrà informarne la Commissione Pontificia Ecclesia Dei e attendere da questa consiglio e aiuto (art. 7-8).

In vista del bene delle anime, è lasciata: a) alla discrezione del parroco la possibilità di utilizzare il rituale più antico per il Battesimo, la Penitenza, il Matrimonio e l’Unzione degli infermi; b) alla discrezione del vescovo la scelta dell’antico Pontificale romano per la Confermazione; c) alla discrezione dei chierici ordinati la possibilità di usare il Breviario romano del 1962 (art. 9).

Dal fatto che nulla viene detto per il sacramento dell’Ordine si deve dedurre che l’unico rituale per le ordinazioni resta quello della riforma liturgica. In vista del bene dei fedeli affezionati al Messale del 1962, l’ordinario diocesano potrà erigere una parrocchia personale (art. 10). Infine, la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, riconfermata nelle sue funzioni, dovrà vigilare sull’osservanza e l’applicazione di quanto è stato disposto (art. 11 e 12).

Il motu proprio conclude fissando al 14 settembre 2007 l’entrata in vigore dei nuovi provvedimenti, e abrogando di conseguenza, tramite la consueta clausola «contrariis quibuslibet rebus non obstantibus», tutte le precedenti determinazioni in materia.

[© La Civiltà Cattolica 2007 III 455-460 quaderno 3774]

La Lectio magistralis di Benedetto XVI a Regensburg un anno dopo

La Lectio magistralis di Benedetto XVI a Regensburg un anno dopo

Intervista a monsignor Giampaolo Crepaldi

ROMA, venerdì, 14 settembre 2007 (ZENIT.org).- Il 12 settembre 2006, in occasione del suo viaggio apostolico in Baviera, Benedetto XVI pronunciò nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg la famosa Lectio magistralis dal titolo “Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni”.

Tutti ricordano l’ampia risonanza che ebbe quel discorso e le polemiche, talvolta molto aspre, che ne seguirono. Ad un anno di distanza, sopiti gli animi, quel Discorso appare come una pietra miliare negli insegnamenti del Pontefice, nella stessa vita della Chiesa.

Secondo monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, “il suo contenuto intrinseco, al di là delle interpretazioni forzate, la densità del pensiero presupposto ed espresso ne fanno un documento assolutamente imprescindibile, denso di indicazioni di grande respiro circa il rapporto tra la fede cristiana e la ragione umana, tra la Chiesa e il mondo, tra il cristianesimo e le altre religioni”.

Per approfondire il messaggio lanciato dal Papa in quell'occasione, ZENIT ha chiesto a monsignor Crepaldi, che è anche Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân”, di commentare quel testo breve ma ponderoso.

Eccellenza, secondo lei la Lectio magistralis di Regensburg è da considerarsi un fatto nuovo nel magistero di questo Papa, oppure come la naturale continuità di quanto già detto in precedenza?

Mons. Crepaldi: Ambedue le cose. La Lectio di Regensburg è un testo di rara efficacia e di grande valore sia teoretico che comunicativo. Nello stesso tempo essa non fa che riproporre, in forma particolarmente incisiva, gli insegnamenti precedenti di Benedetto XVI, compresa l’enciclica Deus caritas est e, direi anche, molti aspetti della teologia di Joseph Ratzinger, a cominciare dal famoso libro Introduzione al Cristianesimo del 1969, che già conteneva tutte le idee espresse a Regensburg.

Crede che le polemiche sorte in seguito al Discorso di Regensburg ne hanno impedito una conveniente ricezione?

Mons. Crepaldi: Credo che le polemiche, nonostante spesso le loro motivazioni non trovassero fondamento nel testo del Discorso del Papa, sono state comunque espressione del riconoscimento della forza veritativa contenuta nel Discorso. A Regensburg il Papa non si è attardato su questioni marginali, ma ha colto in pieno il problema di fondo che consiste nella pretesa cristiana di essere la religione vera. Anche se detto con carità – perché il cristianesimo è anche la religione dell’amore – questo suona male a tante orecchie.

Le polemiche hanno attirato tutti gli sguardi sull’Islam. Questo, secondo lei, ha distolto l’attenzione da altri elementi importanti del Discorso?

Mons. Crepaldi: A livello di opinione pubblica penso di sì. Per questo c’è bisogno di ritornare sulla Lectio con calma. Del resto lungo questo anno che si separa dal 12 settembre 2006, sono stati innumerevoli i libri, i Convegni di alto livello, i numeri monografici di Riviste dedicate al tema di Regensburg. Segno che i problemi segnalati dal Papa non sono di superficie. Un tema, secondo me, è rimasto un po’ in ombra, fagocitato da altri aspetti. All’inizio del suo Discorso il Papa parla della “coesione interiore del cosmo della ragione”, ossia, potremmo dire con una vecchia espressione, dell’unità del sapere. Un tempo l’Università viveva di questa convinzione, oggi non è più così. Vorrei ricordare che la Fides et Ratio sostiene che tale mancanza produce smarrimento nell’uomo e contemporaneo e proprio in una ripresa dell’unità del sapere aveva indicato il grande orizzonte di impegno degli intellettuali cristiani per il nuovo millennio.

Questo problema del dialogo tra le discipline, l’unità del sapere, come lo chiama lei, è possibile da conseguirsi senza la fede cristiana, attraverso quindi la sola ragione?

Mons. Crepaldi: Questo è uno dei temi principali sottesi alla Lectio di Regensburg. e che la ricollega alla “purificazione” della ragione di cui il Papa parla nella Deus caritas est. Ad Aparecida il Papa ha detto che non tenendo conto di Dio la stessa conoscenza della realtà diventa impossibile. La dimensione trascendente assicurata dalla fede è quindi indispensabile affinché la ragione non si chiuda in se stessa, iniziando così un processo di “autolimitazione” che non può non finire nel relativismo nichilista. La fede, come afferma la Fides et Ratio, spinge la ragione a non fermarsi mai. In questo modo la salva da se stessa permettendole di essere se stessa, ossia la purifica.

Non trova che ci sia una contraddizione tra quanto affermato dal Papa a Regensburg e quanto appena detto da lei? A Regensburg il Papa ha indicato nella ragione la possibilità di “valutare” le religioni perché ciò che non è razionale non viene dal vero Dio. Lei invece sta dicendo che è la fede a valutare la ragione distinguendo tra una ragione chiusa ed una aperta alla trascendenza...

Mons. Crepaldi: Non c’è nessuna contraddizione. La fede cristiana pone la pretesa della propria verità e così accetta di essere esaminata dalla ragione. In questo modo, però, essa pone anche il problema della verità della ragione e invita la ragione a guardare dentro se stessa. Una ragione “autolimitata”, come quella razionalista o positivista o nichilista, non è in grado di esaminare la religione per il semplice fatto che non è nemmeno ragione, avendo perso l’idea stessa della propria verità. La fede cristiana accetta di essere esaminata dalla ragione nella sua pienezza, ma tale ragione nella sua pienezza, per esserlo, deve essere aperta alla verità trascendente.

Quindi, il Papa ribadisce il primato della fede anche nel momento in cui afferma che il cristianesimo accetta di essere esaminato dalla ragione?

Mons. Crepaldi: Diciamo che la ragione ha la propria autonomia logica e metodologica, il che rende possibili le varie scienze e nello stesso tempo la loro unità. Tuttavia se la ragione non si fa continuamente aiutare a respirare da un rapporto dialogico con la fede essa inevitabilmente rischia l’asfissia. Parafrasando una frase di Maritain (in Le Paysanne de la Garonne) se la ragione crede di dover chiudere la fede in una cassaforte si mutila da sé. Il bello è che anche se essa chiude la fede nella cassaforte, usa lo stesso una fede. Ecco perché Benedetto XVI ha affermato nei suoi scritti che senza Dio si cade preda degli déi. E questo accade anche per la ragione. Per esempio, il razionalismo o il positivismo, nonostante il parere contrario degli esponenti filosofici di queste due correnti, hanno alla base una fede nel potere assoluto e addirittura salvifico della ragione e della scienza.

La fede, quindi, sta sempre all’inizio, sia per il credente che per il non credente?

Mons. Crepaldi: Direi proprio di sì. Per un motivo semplice e drammatico nello stesso tempo: ogni uomo – scriveva Ratzinger già nel 1969 – deve in qualche maniera prendere posizione di fronte al settore delle decisioni fondamentali. La stessa questione se la ragione sia assoluta oppure no è, prima di tutto una questione di fede, senza escludere naturalmente il successivo apporto della ragione stessa. Senza la fede la ragione non può sapere cosa essa sia.

Nel dialogo con le altre religioni viene prima la fede o la ragione?

Mons. Crepaldi: Leggendo con attenzione la Lectio di Regensburg, ritengo che anche qui il punto di partenza sia la fede. Però da come la fede pone il ruolo della ragione nel dialogo interreligioso, si capisce anche la sua verità e la verità dello stesso dialogo. Anche il dialogo se non è vero non viene da Dio. Per essere vero il dialogo richiede di essere animato dalla verità della ragione che si riconosce nella verità della fede.


Siria, culla del cristianesimo

Siria, culla del cristianesimo

Un’esposizione a Roma mostra i luoghi cristiani del Paese

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 14 settembre 2007 (ZENIT.org).- Roma ha riscoperto le radici cristiane nascoste in Siria con un’esposizione presentata al Palazzo Maffei Marescotti dal 12 al 14 settembre.

Organizzata dal Ministero del Turismo siriano in collaborazione con l’Opera Romana Pellegrinaggi, la mostra, attraverso sessanta fotografie, delinea una storia del Paese come culla del cristianesimo.

Grazie alle immagini, il visitatore ha potuto visitare l’antico villaggio di Maaloula, le porte di Damasco, sulla cui via si convertì San Paolo, istituendo la prima Chiesa cristiana organizzata ad Antiochia, dalla quale partì per molti dei suoi viaggi missionari.

Come narrano gli Atti degli Apostoli (11,26), “ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani”.

Nel VII secolo la Siria venne conquistata dagli Arabi, influenzandone così la cultura fino ai giorni nostri.

Dei quasi venti milioni di abitanti che ha oggi la Siria, il 90% circa è musulmano e il 10% cristiano. L’esposizione ha anche riproposto le storiche immagini dell’ingresso di Giovanni Paolo II nella moschea degli Omayyadi, il 6 maggio 2001, e nella cattedrale greco-ortodossa Al Mariamia.

L’esposizione ha offerto l'occasione per valorizzare e promuovere questo Paese situato in una posizione geografica cruciale, “testimone di numerose culture che si sono succedute e mescolate”, affermano i promotori del Ministero del Turismo di Damasco.

“La Siria – sottolineano – è il cuore dei tre continenti del mondo antico, e per questo, migliaia di anni fa, le carovane della Via della Seta vi arrivavano dai quattro angoli del mondo, facendo del Paese il punto di incontro tra Oriente e Occidente”.

La mostra è stata inaugurata il 12 settembre alla presenza di monsignor Liberio Andreatta, Vice Presidente dell'Opera Romana Pellegrinaggi; di padre Cesare Atuire, Amministratore delegato dell’Opera Romana Pellegrinaggi; di Saadalla Agha Al-Kallaa, Ministro del Turismo siriano; di Samir Al-Kassir, Ambasciatore della Siria a Roma; di Faisal Najati, Assessore per le Attività Turistiche di Damasco.



Eletto nuovo patriarca di Romania

Facciamo i nostri migliori auguri alla comunità ortodossa rumena, prima per numerosità in Italia tra le chiese autocefale.


12 sep 2007 - BUCAREST : un nouveau primat pour l'Eglise roumaine
Le métropolite Daniel de Moldavie, 56 ans, a été élu patriarche de l'Eglise orthodoxe de Roumanie, le 12 septembre 2007, par le collège électoral de cette Eglise. Il succède au patriarche Théoctiste Ier, décédé le 30 juillet dernier. Théologien de formation, le nouveau patriarche est connu comme un homme de réflexion particulièrement attentif aux défis auxquels l'Eglise est confrontée dans le monde contemporain. L'élection du nouveau primat de l'Eglise roumaine s'est déroulée en deux temps. Tout d'abord, une assemblée plénière de l'ensemble des évêques diocésains de l'Eglise roumaine a dressé une liste de trois candidats : le métropolite Daniel de Moldavie, le métropolite Bartholomée de Cluj et l'évêque Jean de Covasna. Puis, le collège électoral qui, en plus des évêques, comporte des représentants du clergé et des laïcs de chaque diocèse, ainsi que des délégués des facultés de théologie et des séminaires, a procédé à l'élection du patriarche à partir de cette liste. Le collège électoral de l'Eglise de Roumanie, qui a pour charge d'élire le patriarche comprend tous les évêques en activité (diocésains ou auxiliaires), trois représentants (un prêtre et deux laïcs) de chacun des diocèses du pays et les membres de l'assemblée diocésaine du diocèse concerné (dix prêtres et vingt laïcs), auxquels viennent s'ajouter les recteurs des écoles de théologie, au total près de 180 personnes.
Né en 1951, le patriarche Daniel (Ciobotea) est bien connu des milieux oecuméniques et en Occident où il a passé plusieurs années. Après des études de théologie à Sibiu et à Bucarest complété par des études doctorales à Regensbourg (Allemagne) et Fribourg (Suisse), il a soutenu, en 1979, une thèse de doctorat à la faculté de théologie protestante de Strasbourg (Haut-Rhin) sur le thème Réflexion et vie chrétienne aujourd'hui. Il a ensuite enseigné la théologie orthodoxe entre 1981 et 1988 à l'Institut oecuménique de Bossey (Suisse), dont il a été un temps le directeur adjoint. En août 1987, il a prononcé ses voeux monastiques au monastère de Sihastria et a été ordonné par le patriarche Théoctiste, dont il deviendra l'un des proches collaborateurs. De retour en Roumanie en 1988, il est nommé professeur de théologie dogmatique à l'Institut de théologie orthodoxe de Bucarest et conseiller patriarcal pour les relations extérieures.
Dès la chute du régime Ceausescu, le futur patriarche intervient publiquement pour demander une transformation radicale des esprits et des coeurs à l'intérieur de l'Eglise en soulignant la " force des larmes du repentir " (SOP 145.20). Membre influent du Groupe de réflexion pour le renouveau de l'Eglise créé en janvier 1990, qui réunit des théologiens et des intellectuels, il joue un rôle important dans la période d'incertitude que traversa la hiérarchie après la démission du patriarche Théoctiste dont il prépara ensuite le retour. Ordonné évêque auxiliaire du diocèse de Timisoara en mars 1990, il est élu dès le mois de juin de la même année métropolite de Moldavie, le deuxième siège épiscopal dans l'ordre hiérarchique de l'Eglise roumaine, dont le siège est à Iassi (SOP 149.7). Membre du présidum de la Conférence des Eglises européennes (KEK) depuis 1997, il représente également l'Eglise orthodoxe roumaine au sein de l'assemblée générale du Conseil oecuménique des Eglises (COE).
Auteur de nombreux articles de théologie et de spiritualité, dont certains sont parus dans les revues orthodoxes de langue française, le patriarche Daniel est réputé comme un homme sachant allier les connaissances culturelles et la profondeur du regard spirituel. Ceux qui le connaissent ou qui l'ont abordé lors de ses nombreux séjours en Occident, s'accordent à apprécier sa simplicité, sa lucidité d'analyse et son sens du dialogue. Outre le roumain, il parle couramment le français, l'anglais et l'allemand.

Studentesse cattoliche costrette ad indossare il velo islamico

Chissà se la CGIL si mobiliterà per difendere i diritti violati di queste donne? o forse appoggerà l'introduzione tra le sue iscritte di tale strumento di liberazione totale della donna.
Già ci immaginiamo le gioiose manifestazioni delle iscritte alla CGIL con burqa integrale rosso con relativa falce e martello, al suon di
"Avanti popolo alla riscossa, il burqa rosso trionferà..."


articolo pubblicato da AsiaNews
INDONESIA
Studentesse cattoliche costrette ad indossare il velo islamico
Mathias Hariyadi
Succede nelle scuole pubbliche della provincia di Nord Sumatra. Lo denuncia una famiglia cristiana, le cui figlie “non hanno altra scelta” se non vestire secondo il costume islamico. Questo è imposto da alcune normative locali ispirate alla sharia, che però riguarderebbero solo i cittadini musulmani.

Jakarta (AsiaNews) – Le sempre più numerose leggi locali ispirate alla sharia (perda syariat) , minacciano la libertà religiosa dei non musulmani, costretti ad adattarsi al costume islamico senza possibilità di scelta. Da tempo il problema è stato sollevato da leader religiosi come pure da autorità politiche, ma al momento nessuna iniziativa concreta è stata adottata.
Preoccupa l’ultimo episodio denunciato da una famiglia cattolica di Padang, provincia di Nord Sumatra: Stefanus Prayog Ismu Rahardi ha 3 figlie, di cui 2 frequentano scuole statali; di recente gli insegnanti hanno chiesto alle ragazze di indossare l’jilbab (parola indonesiana per indicare il velo islamico, ndr). “È la prima volta che succede – riferisce l’uomo- e le mie figlie sono spaventate, io ho cercato di fare vedere loro il velo semplicemente come un accessorio in più da indossare, ma capiscono chiaramente che il problema va ben oltre l’estetica, percepiscono di trovarsi in un clima ostile alla loro religione”.
Il caso non è isolato in questa provincia a stragrande maggioranza musulmana. Qui dal 2002 più di 19 distretti hanno varato le cosiddette perda syariat, normative che andrebbero, però, applicate ai soli cittadini musulmani. Una studentessa cattolica della scuola pubblica SMU Negeri II - distretto di Pesisir Selatan - racconta che dal 2005 anche questo istituto ha introdotto l’obbligo del velo e lei di fatto ha dovuto adattarsi. “Gli insegnanti facevano pressioni, perché anche io mi adeguassi - dice - e ora la gente che mi vede per strada pensa che mi sia convertita all’islam”.
Boniface Bakti Siregar, cattolico all’interno del ministero Affari religiosi a Padang, denuncia che le perda syariat hanno un forte impatto psicologico, soprattutto sugli studenti non musulmani nei distretti lontani dalla città.: “Questi non hanno altra possibilità che frequentare scuole statali dato che quelle cristiane si trovano molto distanti”.
In seguito all'entrata in vigore dell'autonomia regionale, 22 reggenze e municipalità in Indonesia hanno adottato leggi ispirate alla sharia: alcune criminalizzano comportamenti proibiti dalla legge islamica come adulterio, prostituzione, gioco d'azzardo, alcolismo e restringono le libertà delle donne. Oltre 55 parlamentari l’anno scorso hanno sollevato il problema dell'incostituzionalità di queste norme, ma il ministro degli Interni ha rimandato ai singoli governatori il compito di giudicare. Nel Paese è comunque forte la corrente di intellettuali e leader religiosi musulmani impegnati nel contenere la crescita di fanatismo ed estremismo islamico.

Parma espugnata dagli islamici

segnalato dal sito il Mascellaro

Parma espugnata dagli islamici
Società - sab 15 set
dai Media
di Camillo Langone

Tratto da Il Giornale del 15 settembre 2007

L’altra mattina mi son svegliato e sulla Gazzetta di Parma ho trovato la notizia dell'invasione: una monumentale Mezzaluna sarà issata nella nuova grande rotatoria in allestimento alle porte della città.

Non è possibile, mi sono detto, forse sto ancora dormendo, forse è soltanto un sogno o per meglio dire un incubo. Mi stropiccio ben bene e provo a rileggere, chissà che prima non mi sia confuso. No, purtroppo non mi sono sbagliato. In prima pagina il titolo è: «Ecco la Fontana delle Religioni». Sottotitolo: «Nell'opera di Cascella la Croce, la Stella di David e la Mezzaluna». Il lungo testo, che prosegue all'interno, è un grande spot a favore della scultura, dello scultore e dell'ideologia relativista, al limite dell'islamofilia, che lo anima. Strano.

Credevo che la Gazzetta fosse quotidiano confindustriale e borghesissimo, segnato dalla lunga direzione di Baldassarre Molossi, montanelliano dei tempi d'oro. Anche il figlio Giuliano, succeduto al padre nella direzione del giornale, non mi è mai nemmeno lontanamente sembrato amico di imam e muezzin. Anzi, se non ricordo male, a una cena dell'Unione Industriali si spazzolò un bel piatto di salumi. E allora che cosa è successo? Non è che nottetempo i miliziani di Hamas, dopo essersi impadroniti mitra in pugno di Gaza, si sono infiltrati anche nei gangli del potere parmense? Telefono in comune, timoroso che mi si possa rispondere in arabo. E invece risponde come sempre il portavoce del sindaco Pietro Vignali, lesto ad attribuire l'idea della Mezzaluna all'ex sindaco, Elvio Ubaldi. Ancora più strano: ricordo di aver mangiato a casa Ubaldi uno dei culatelli migliori della mia vita e in quell'occasione l'esponente politico non mi sembrò per niente propenso a rispettare la norma coranica che proibisce severamente il consumo di carne di maiale. Nota bene: né Vignali né Ubaldi appartengono alla sinistra estrema che tanto si impegna nel tenere aperte le porte all'immigrazione islamica.

Di estrazione democristiana, fanno entrambi parte di una lista civica considerata di centrodestra da quasi tutti gli osservatori. Da quasi tutti ma non da me: non basta non essere di sinistra per essere di destra. Il caso penoso della Fontana delle Religioni dimostra che il civismo (il fenomeno delle liste civiche) tende a degradare nel nichilismo amministrativo, senza politica e senz'anima, ancor più del vecchio partitismo. E guai se queste liste sono democristianoidi: così come la vecchia Dc ha più o meno inconsapevolmente favorito la secolarizzazione dell'Italia, certi post-Dc, da Rosy Bindi ai succitati parmigiani, sembrano voler completare l'opera di affossamento della religione cattolica, forse ignari che la natura non tollera vuoti e che relativizzando Cristo si apre la strada a Maometto.

Ma la chiesa di Parma che fa? Niente, assolutamente niente. La chiesa locale è una chiesa del silenzio, però non come le chiese dei paesi comunisti, obbligate a tacere dalla persecuzione. Qui nessuno minaccia di incarcerare il vescovo o di fucilare i parroci, eppure tutti tengono la bocca chiusa, paghi di praticare quella forma di fede invisibile tanto cara ai dossettiani e quindi a Romano Prodi. E così le chiese di Parma sono mezze vuote e per la verità anche mezze spente, siccome nessun fedele si sogna di accendere le squallide candele elettriche che negli ultimi anni hanno sostituito un po' ovunque, dal santuario della Madonna della Steccata fino a San Giovanni Evangelista, le mistiche candele di cera. Rimane qualche candela vera nella chiesa di San Sepolcro ed è lì che, davanti alla Madonna, ho spesso pregato per la sostituzione del vescovo, malato da tempo e inadeguato da sempre.

Monsignor Bonicelli è un problema ben noto in Vaticano ma mentre a Roma discutono sul da farsi, Parma è stata espugnata. Perché l'incredibile Fontana delle Religioni è una bandiera bianca in marmo di Carrara. In zona i musulmani non sono nemmeno tanti, eppure d'ora in poi si sentiranno invincibili: senza nemmeno chiedere hanno ottenuto l'abbassamento della Croce e l'innalzamento della Mezzaluna, figuriamoci quando aumenteranno di numero e di pretese. «Se tu fiderai negli italiani sempre avrai delusione» scrisse Guicciardini ma davvero non pensavo che l'apostasìa dovesse manifestarsi proprio a Parma, la capitale del prosciutto, una specialità che la sharia (la legge coranica che viene imposta quando i musulmani vanno al potere) proibirebbe inesorabilmente. Ma le vie del masochismo sono infinite.

La casta sacerdotale islamica con la maschera del dialogo

segnalato dal sito il Mascellaro

La casta sacerdotale islamica con la maschera del dialogo
Religione - mer 12 set
dai Media
Spesso crediamo di parlare con i pensatori musulmani moderati e invece parliamo con i più conservatori. La grande ipocrisia svelata da Ratzinger a Ratisbona
di Carlo Panella

Tratto da Il Foglio del 11 settembre 2007

Tra le mille incomprensioni che segnano il dibattito sulla necessità di condurre, sempre e comunque, un dialogo tra islam e occidente, senza badare agli interlocutori che il mondo islamico propone, è di rilievo l’equivoco che riguarda la “chiesa” musulmana e il suo ruolo di freno nei confronti di ogni riforma.

Naturalmente, usiamo il termine “chiesa” ben sapendo che è inesatto, che non esiste alcuna formale chiesa musulmana (tranne che nell’islam sciita), che ogni musulmano ha un rapporto diretto con Allah, che non esiste nessun sacramento e quindi nessuna figura che lo eroghi, che non esiste altra cerimonia liturgica se non la preghiera, che è comunque individuale. Lo usiamo, però, in maniera provocatoria, per segnalare l’esistenza di una casta sacerdotale, i cui membri sono in realtà giuristi, che oggi ha un peso tale da deformare lo stesso islam, ostacolando il dibattito religioso al suo interno, svilendolo in non poche occasioni in una sterile disquisizione giuridica di scarso spessore culturale.

Gli ulema, le personalità musulmane che parlano a nome dell’islam sunnita, infatti, appartengono a una casta chiusa, autocooptata, autogenerata, e sono i titolari indiscussi dell’applicazione del diritto musulmano. Ogni alim (singolare di ulema), ogni sheikh che calca con autorevolezza la scena dell’islam mondiale o nazionale ha un preciso posto in una rigida gerarchia, riconosciuta nella sua comunità di riferimento, fa parte di una casta, di un vero e proprio ceto sociale dirigente. Questa gerarchia non è prevista dalla fede, ma è fondata sull’esercizio del Diritto e della pratica giudiziaria basata sulla sharia. Per fare un esempio chiarificatore: lo sheikh Yusuf al Qaradawi è un insigne giurista, non un teologo come viene ritenuto in occidente dai tanti suoi estimatori cristiani, tanto che presiede il “Consiglio per la fatwa in Europa”, i cui pareri giuridici sono vincolanti per i musulmani europei che si riconoscono nell’area dei Fratelli musulmani.

Questa sorta di “chiesa giuridica” è strutturata al suo interno da un cursus honorum: gli ulema acquisiscono esperienza e sapienza facendo i magistrati nei tribunali islamici, a cui gli stati musulmani delegano l’esercizio della giustizia penale, civile e amministrativa. L’autorità religiosa degli ulema e il rispetto sociale di cui godono sono dunque derivati dalla loro scienza giuridica, ben più che da quella teologica. Chiunque legga i testi teologici musulmani contemporanei (di Khomeini, Mawdudi, Qutb, al Banna, Qaradawi, Ramadan) si troverà di fronte a ragionamenti di diritto, di filosofia del diritto, spesso di storia del diritto, di esegesi delle fonti testimoniali del diritto, ma solo molto di rado a elaborazioni propriamente teologiche. Diritto, Legislazione, Codici penali, amministrativo e civile e Rivelazione formano dunque un unicum inscindibile, che costruisce il sistema totalitario dello stato etico.

Non vi è il minimo spazio per uscire dalle regole decretate dalla casta giuridico- sacerdotale, che nel corso dei secoli è venuta proponendosi come unica ed esclusiva titolare del Diritto e della sua interpretazione.

Nel mondo sunnita, al centro di questo rigido universo autoritario e autoreferenziale, campeggia l’autorevolezza dell’università coranica di al Azhar al Cairo, la più antica del mondo, oggi presieduta dallo sheikh al Tantawi, che è appunto un centro di studi giuridici, con una scarsissima produzione teologica. Il suo rapporto con il regime di Hosni Mubarak – come con quelli di Nasser e Sadat – è strettissimo, e se è vera la critica di chi sostiene che questo connubio tra poteri immobilizza l’islam contemporaneo, è ancora più vero che la responsabilità di questa situazione non è per nulla dell’occidente. Innanzitutto, infatti, il regime egiziano si regge da solo sulle sue forze, e poi il suo carattere laico è una pura invenzione degli occidentali. In realtà l’apparato giudiziario dell’Egitto si fonda sull’intreccio tra legislazione moderna e sharia, tanto che nel 1980 venne modificata la Costituzione e il Fiqh, il diritto islamico, cessò di essere “una” delle fonti di ispirazione della legislazione, per diventare “la” fonte di ispirazione della legislazione. Senza al Azhar, l’apparato giudiziario e legislativo egiziano cesserebbero di funzionare.

La situazione è pressoché simile in tutti gli altri paesi arabi, anche in quelli laici come l’Algeria, con l’eccezione dell’Arabia Saudita, che riconosce solo parzialmente l’autorevolezza di al Azhar. In Arabia la struttura giudiziaria è capeggiata dai discendenti diretti di Abd al Wahab (il riformatore fondamentalista del Settecento, seguace di ibn Taymmiyya), che prendono il nome di Al al Shaikh – membri della famiglia del maestro – e occupano le cariche di Gran Muftì, di ministro del Culto e di ministro della Giustizia, incaricato di gestire l’applicazione della sharia, controllando direttamente e senza mediazioni tutti i tribunali.

Non esiste dunque oggi nelle società musulmane alcuna possibilità di tripartizione dei poteri, poiché il potere giudiziario è sottratto in larga parte alla disponibilità e al controllo del potere legislativo e di quello esecutivo, a prescindere dal fatto che essi siano esercitati democraticamente o meno. Tutti gli stati islamici contemporanei (a eccezione della Turchia, della Malesia, dell’Indonesia e dell’Iraq) delegano di fatto il controllo finale della legislazione, e spesso anche della gestione dei tribunali, alla “casta dei sacerdoti”, che per di più sono anche titolari di una sorta di Corte costituzionale, il cui compito è decretare se e in quale modo la legislazione corrente sia compatibile con i precetti del Diritto islamico. Il potere assoluto, il vicariato di Dio, assegnato da Khomeini al “governo del giureconsulto”, rappresenta dunque solo l’enfatizzazione di una situazione diffusa.

Tuttavia il potere forte della “chiesa islamica” dentro le società musulmane non si costituisce solo come monopolio dell’esercizio del Diritto e della giurisprudenza, ma anche come gestione di parte del gettito fiscale e controllo del welfare.

L’islam, infatti, è l’unica religione rivelata che inserisca l’elemento fiscale nelle sue prescrizioni fondamentali. Come è noto, sono cinque i pilastri della saggezza: la proclamazione della fede in Allah, il pellegrinaggio alla Mecca, il rispetto del digiuno durante il Ramadan, le cinque preghiere quotidiane e infine l’autotassazione, la zakat, l’obbligo per il fedele di versare una parte del proprio reddito alla comunità. In genere, i proventi di questa autotassazione sono canalizzati dalle singole moschee verso le potenti, ricchissime Fondazioni (waqf), che non solo drenano denaro e proprietà, ma si incaricano anche di distribuirli sotto forma di welfare, tanto che le moschee sono ovunque (anche in Italia) centri di distribuzione di reddito, di assistenza, di consulenza sociale, di ricerca di lavoro.

Se non si ha presente questo meccanismo, non si può comprendere lo straordinario radicamento sociale di Hamas a Gaza negli ultimi trent’anni.

Tutti i grandi ulema e sheikh, dunque, controllano direttamente o indirettamente anche le grandi Fondazioni (waqf) locali, assommando quindi al ruolo di giuristi quello di finanzieri.

Questo modello complesso di welfare islamico, e il ruolo che gli ulema e gli ayatollah hanno nell’amministrarlo ed elargirlo, è importante per comprendere tre elementi di forza dell’islam fondamentalista: il rapido radicamento, in tutte le situazioni di crisi, di forze estremiste (Hamas ne è il paradigma), che offrono ai musulmani sul territorio un modello sociale alternativo a quello statale (o di al Fatah), inefficiente e malato di corruzione; la tenuta delle forze rivoluzionarie e oltranziste in Iran e il peso che la casta dei sacerdoti-magistrati-finanzieri esercita nell’impedire l’evoluzione modernizzatrice dell’islam stesso.

Sul primo punto c’è poco da dire, è noto infatti che l’ignoranza di questa realtà ha indotto i governi israeliani di Begin, Shamir e Rabin ad appoggiare l’affermarsi di Hamas in Palestina, in omaggio alla tesi illuministica che il suo radicamento sociale, basato sul welfare delle moschee, avrebbe costituito un antidoto alle fughe terroristiche di al Fatah.

Quanto all’Iran, va detto che per individuare quale parte della popolazione esprima ancora consenso alle forze oltranziste rappresentate da Ahmadinejad, si deve tenere conto proprio della struttura del welfare islamico. L’Iran degli ayatollah ha un reddito nazionale coperto per l’80 per cento dal petrolio, e ha delegato il controllo del 40 per cento del reddito nazionale alle Fondazioni islamiche, le Bonyad. Questo significa che chi controlla il governo e le Fondazioni (oggi l’asse Khamenei-Ahmadinejad) distribuisce in modo capillare ad alcuni milioni di iraniani un reddito collegato direttamente alla rendita petrolifera. E’ questo un meccanismo parassitario, che permette agli ayatollah di redistribuire il ricavato di ogni contratto petrolifero, sotto forma di reddito, a una ventina di milioni di iraniani (forse più, purtroppo non vi sono studi su questo punto cruciale) nell’arco di poche settimane.

Si guardi a come Hamas (con la complicità dei sauditi, ora passata all’Iran) abbia costruito welfare anche attorno alla figura dei kamikaze e si comprenderà la complessità del tema. Ogni martire, infatti, è cosciente che il suo gesto di morte non solo è benedetto da Dio e gli permette, grazie al detonatore, la piena conoscenza della divinità, ma anche che la sua famiglia verrà mantenuta per sempre dalla moschea, in una società terrena egualitaria, talmente articolata che ha inventato persino il welfare delle stragi.

Tutto quanto sin qui esposto ha una sua profonda influenza anche sul terreno del dialogo interreligioso e sulla tematica della democrazia nelle società islamiche. La casta dei sacerdoti- giuristi-magistrati-finanzieri, infatti, si costituisce come freno alla modernizzazione dell’islam sia per motivi ideologici sia per più prosaiche ragioni di interesse. La simbiosi tra il potere inquisitoriale della “chiesa” e quello del braccio secolare è totale (vedi la piena integrazione degli alti ulema sunniti nel regime di Saddam Hussein, in quello di Bashar el Assad, così come in quello di Hosni Mubarak o del Fln algerino) e ciò impedisce ogni possibile riforma dello stato. I tanti intellettuali e teologi musulmani modernisti e razionalizzatori che si ispirano oggi ad Averroè non sono contrastati sul terreno dell’ideologia, ma da una pratica di muro contro muro agitata da parte dei leader della casta sacerdotale. Non a caso, non uno di loro ne fa parte, sono in genere professori universitari (spesso formati in Europa o negli Stati Uniti) o intellettuali isolati, esclusi da ogni meccanismo di controllo sugli apparati giudiziari così come sulle Fondazioni.

Del resto, ulema e ayatollah, monopolisti del Diritto e del welfare islamico, sono ben coscienti che basterebbe far crollare una pietra della loro costruzione politico-religiosa, anche soltanto modificare il pilastro su cui si regge la semischiavitù della donna, e crollerebbe tutto il tempio dell’islam di cui sono custodi. Da qui le loro reazioni rabbiose nei confronti dei riformatori, le impiccagioni degli apostati, come quella di Mohammed Taha nel 1985, le persecuzioni dei teologi modernisti. Per questo l’appello violento alla piazza araba, fosse anche per imporre al Pontefice un gesto di umiliazione di fronte alla casta degli ulema che sente insidiato il suo potere.

Si leggano gli scritti di Tariq Ramadan, che strizza l’occhio ai no global e agli altermondialisti. Si vedrà come anche il suo islam alternativo si basi su una rigida concezione oligarchica del potere, poiché egli affronta la teologia, e quindi il diritto, quale autorevole membro di una casta che si autoperpetua e che soffoca la stessa platea dei fedeli. Ramadan, così come i Fratelli musulmani e qualsiasi musulmano non razionalista, anche quando invoca una riforma dell’islam intende svilupparla solo sul piano del Diritto e della giurisdizione, non su quello teologico. Quella che egli prospetta è una riforma dei codici, che per svilupparsi deve comunque rispettare due capisaldi della pratica musulmana: il consenso e il principio di analogia. Per modificare ogni principio del diritto (Fiqh) o della legge (sharia) è necessario che vi sia il consenso da parte dei giurisperiti (ulema o ayatollah) e che la modifica venga giustificata da analogie evidenti in precedenti riforme interpretative. Questa metodologia elitaria e chiusa innerva la “chiesa musulmana”, legittimandola e perpetuandola.

Non solo dunque, questa casta di ulema nega alle comunità musulmane il diritto di interpretare il testo (come era nella tradizione sino all’anno Mille), ma impedisce anche che qualsiasi struttura elettiva operi delle riforme della sharia, perché nessuna assemblea eletta potrà mai fornire il consenso qualificato e garantito dalla provata conoscenza dei testi, delle catene di testimonianza e dei principi di analogia. Il tutto, in un contesto giuridico in cui ogni ragionamento di diritto deve essere ancorato alla tradizione: per essere accettato come valido deve essere suffragato da una lunga catena di testimoni attestanti che il Profeta, a fronte di quella casistica, o di una analoga, si sia comportato in modo omogeneo. Questo diritto islamico, che non si basa sull’habeas corpus, sul diritto romano e che nega le regole del rapporto equilibrato tra individuo e stato (impedendo al cittadino di influire sulla legislazione penale, civile e amministrativa), diventa esso stesso una religione che richiede l’osservanza delle sue prescrizioni come elemento di culto, nonostante sia obsoleto, medievale, codificato da una casta di sacerdoti due secoli dopo la morte di Maometto, e oggi difeso dai suoi epigoni. E’ un diritto che sovrasta la teologia e la stessa spiritualità, perché l’osservanza dei suoi precetti diventa elemento fondamentale di culto, diventa religione e qui, di nuovo, risuona con drammatico allarme la consonanza con la concezione dello stato, del diritto e della persona propri del nazi-fascismo.

Nonostante tutto ciò, da decenni l’occidente e le sue chiese rendono omaggio ai principali esponenti – i più conservatori – di questa casta sacerdotale che soffoca e annulla la grande carica di rivelazione e spiritualità dell’islam stesso.

Da una trentina d’anni, il dialogo tra la chiesa e l’islam si sviluppa all’interno di un dialogo interreligioso, in particolar modo dopo l’impulso dato dalla Giornata della preghiera celebrata ad Assisi nel 1986 con l’orazione comune dei rappresentanti di tutte le religioni del mondo. Panacea per tutti i mali, esorcismo contro tutti i demoni terroristi, il dialogo viene riproposto in continuazione per negare l’esistenza di quella Guerra di civiltà che pure è evidentemente in atto (non certo perché l’occidente l’abbia dichiarata e ancor meno la voglia combattere, ma perché una parte consistente dell’islam l’ha provocata e la conduce spietatamente).

Nel concreto, tutti questi incontri hanno un ambito ben definito di competenza: il raffronto tra i testi, la comune origine abramitica, le diverse forme della tradizione, i massimi principi di teologia. Si tratta certo di dotte e ottime discussioni che però hanno un limite: come precondizione al dibattito, esse evitano il confronto sulle specifiche prescrizioni di ogni religione e mai affrontano i temi più scabrosi della sharia. Ora, è comprensibile che per sviluppare con serenità un confronto interreligioso si debba evitare ogni critica all’altra religione. Sarebbe improduttiva, per esempio, una discussione sulla definizione di peccato, o una polemica sul fatto che lo shirk, l’accostare a Dio una o più figure di culto, sia o meno il più grave peccato possibile (lo è nell’islam, non certo nel cattolicesimo, che prevede il culto mariano e dei santi). Tuttavia non è possibile evitare il dibattito sulle conseguenze penali che questo peccato deve avere secondo la dottrina religiosa dei propri interlocutori. Pure, da molti anni, cardinali e vescovi cattolici e cristiani dialogano serenamente con ulema musulmani convinti che il responsabile di shirk debba essere consegnato al braccio secolare della legge e ucciso (o incarcerato, a seconda delle scuole giuridiche e dei paesi), secondo una tradizione inquisitoriale che non solo è viva nell’islam, ma che è addirittura in espansione anche nei paesi laici. Sul tema della parità tra uomo e donna, cardinali e vescovi hanno passato ore e ore seduti a tavoli di conferenze per certificare che l’islam considera la perfetta parità delle anime del maschio e della femmina, senza tener conto del fatto che esso ritiene giusto e doveroso lapidare le adultere. Sul terreno della libertà religiosa, vi sono lunghissimi resoconti ispirati alle Sure meccane e alla loro poetica, ma non ci risulta che un fautore cattolico del dialogo abbia mai organizzato con i suoi interlocutori musulmani un convegno dal tema: “Perché è giusto condannare a morte gli apostati”.

Dobbiamo tristemente constatare come si sia così consolidata una grande ipocrisia e si siano legittimati quali interlocutori i sostenitori della versione più dogmatica e autoritaria dell’islam, permettendo che non fossero messi in discussione i principi del Diritto islamico (Fiqh) e quindi le prescrizioni della legge islamica, la sharia. Evitando di aprire il dialogo a questi temi, si è lasciato fuori dalla discussione il problema centrale dell’islam odierno: il rispetto dei Diritti dell’Uomo. Ricordiamo che questi diritti non sono conculcati dalla teologia islamica, ma sono negati da quasi tutte le scuole della sharia dei paesi islamici. Le sei principali scuole della sharia (shahafita, hanbalita, malikita e hanafita per i sunniti, jaafarita e nizarita per gli sciiti) sostengono infatti che:

– la donna deve essere sottoposta all’autorità tutoria dell’uomo. Non può quindi compiere le scelte fondamentali della sua vita personale, incluso il matrimonio, se non con l’autorizzazione di un maschio di famiglia. Non può divorziare, ma può essere ripudiata. Per alcune scuole, la sua vita, in caso di omicidio, così come la sua testimonianza in tribunale, valgono o la metà o un quarto rispetto a quella di un maschio.

– Il musulmano non può abbandonare la fede. Se lo fa, incorre nel peccato di apostasia, punito con la morte in Afghanistan, Iran, Yemen, Arabia Saudita, Emirati del Golfo, Sudan e stati settentrionali della Nigeria. Negli stati laici, Egitto, Siria e Algeria, l’apostata è punito con la prigione o con pene accessorie, per esempio è costretto per legge a divorziare dal coniuge musulmano.

– Il combinato disposto di queste due prescrizioni impone la proibizione del matrimonio della musulmana con l’ebreo o con il cattolico (la proibizione, naturalmente, non vale per il musulmano maschio).

Il fatto che per molto tempo si sia condotto un dialogo interreligioso basato su queste omissioni spiega bene come mai esso si sia sviluppato con una strana asimmetria. Da parte cristiana, e soprattutto nella Curia romana, ha premuto per questo dialogo, lo ha esaltato, invocato e organizzato, la compagine più progressista (quella stessa che sembra peraltro più ostile a Israele e alle ragioni storiche degli ebrei in Palestina) rappresentata dal responsabile del Dialogo interreligioso per la Curia, cardinale Michael L. Fitzgerald, da padre Michel Maurice Borrmans, da Michel Lagarde, da Etienne Renault, da Thomas Michel, come pure gli arabocristiani Georges Khodr e Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme. Quest’ultimo, un arabo, è talmente motivato da antigiudaismo che ha più volte sostenuto in pubblico che Gesù Cristo non era un ebreo, ma un palestinese.

Da parte islamica, per converso, i più ferventi sostenitori e frequentatori di assemblee, conferenze e dibattiti sono proprio i più dogmatici e conservatori. Il massimo ideologo dei Fratelli musulmani, Yusuf al Qaradawi, è tra questi, affiancato dal vertice dell’islam saudita che impegna in queste scadenze non solo gli ulema (tutti discendenti diretti di Mohammed al Wahab), ma anche i più eminenti – e fondamentalisti – tra i principi della casa reale.

Per paradosso, dunque, il dialogo interreligioso ha rafforzato e legittimato proprio le forze più settarie, quelle che bloccano, con i poteri di una casta sacerdotale, la modernizzazione dell’islam e fiancheggiano, quantomeno dal punto di vista teologico, l’islam totalitario.

In realtà, come su tutti i grandi temi che oggi la chiesa affronta, anche sul dialogo interreligioso i percorsi postconciliari sono stati influenzati dalla dialettica tra due posizioni che hanno una forte carica comune di innovazione, ma che poi si sviluppano in direzioni marcatamente divergenti. Una dialettica, che dal 1963 si è incarnata e ancora oggi si incarna in due teologi tedeschi, che nel Concilio Vaticano II svolsero un ruolo innovativo centrale: Joseph Ratzinger, appunto, e Hans Küng.

L’influenza di quest’ultimo, arginata sul terreno dottrinale proprio da Ratzinger, quale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, si è invece sviluppata senza controlli – molto al di là della sua stessa influenza personale, e quindi senza una sua responsabilità diretta – proprio sul campo del dialogo con l’islam.

Nelle sue opere, Küng dimostra una conoscenza profonda della teologia, del diritto e del dibattito religioso del mondo musulmano. Non si nasconde il peso frenante che la lettura formale e dogmatica della sharia ha oggi sul piano del rispetto dei diritti umani della donna e dell’esercizio del libero pensiero. Non sottovaluta neanche il rifiuto della modernità che vizia il pensiero musulmano contemporaneo, ma poi propone il superamento di questa drammatica situazione – brillantemente analizzata – a partire da un’attribuzione di colpe che l’occidente dovrebbe assumersi nei confronti del resto del mondo, e da un volontaristico e indeterminato appello al dialogo.

Il punto di partenza del teologo tedesco è comune a tutti gli artefici del dialogo interreligioso post conciliare: “Questo dialogo sarà fruttuoso solo se si limiterà a reciproche valutazioni positive e segni di stima, senza includere critiche all’altra religione. La critica, per essere convincente, deve sempre includere un’autocritica… Sono davvero poco convincenti quei rappresentanti delle chiese cristiane che esigono tantissimo dalle società e dalle altre religioni, ma che nascondono la lunga storia di intolleranza delle chiese cristiane e l’attuale, dogmatica pretesa di esclusiva santità in nome di Dominus Jesus (come recita l’omonimo titolo del documento vaticano), mascherando e celando la propria incapacità di dialogo”.

Con una formula facile e semplice, nel brano poco sopra viene cristallizzata l’impossibilità di criticare non la teologia, ma il diritto islamico, che per gli interlocutori musulmani è tutt’uno con la Rivelazione. Questa impostazione – accompagnata dalla prescrizione di non criticare se non dopo essersi autocriticati – è quella che ha permesso di riconoscere statura internazionale a teologi come Yusuf al Qaradawi, che ritengono lecito massacrare bambini ebrei in Israele (“perché in una società militarizzata sono o saranno tutti soldati”) o ai teologi sauditi, che considerano prescrizione divina il dovere di uccidere gli apostati e lapidare le adultere. Non solo. Tale visione risulta grave anche sul piano teologico, poiché rifiuta la possibilità stessa di una critica al jihadismo. Secondo Küng, la cristianità, che pure con Giovanni Paolo II ha ampiamente autocriticato la sua pratica della Guerra santa durante le Crociate, deve rimanere silente, oggi, a fronte del diffondersi dell’ideologia della Guerra santa islamica, che anche teologi influenti, partecipanti al dialogo interreligioso, predicano e praticano. L’errore è ampliato da un’analisi inadeguata del fenomeno del fondamentalismo e del terrorismo islamico a esso collegato, mutuata da Kofi Annan: “Se io, in quanto cristiano, non voglio che la mia fede sia giudicata secondo le attività dei crociati o dell’Inquisizione, devo poi essere attento, a mia volta, a non giudicare la fede di un’altra persona sulla scorta di quello che un piccolo gruppo di terroristi commette in nome di quella fede”.

Il problema dell’islam jihadista è dunque ridotto all’azione di “un piccolo gruppo di terroristi”, come se l’islam di Khomeini, di Ahmadinejad, di Hamas, delle migliaia e migliaia di kamikaze sunniti (che hanno compiuto non meno di quattromila attentati suicidi nel mondo) non esistessero, come se la guerra civile algerina, quella afghana, quelle sudanesi, quella libanese, quella irachena e quella palestinese non fossero state scatenate in nome delle fede.

Küng delinea dunque un percorso di rapporto con l’islam confliggente con quello che Joseph Ratzinger ha intrapreso a Ratisbona e con la sua visita in Turchia, là dove ha criticato la pratica della conversione attraverso la spada: “Dio non si compiace del sangue. Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”. E’ questa una perfetta sintesi teologica che fa risalire l’origine del jihadismo, del proselitismo violento in nome di un Dio che si compiacerebbe del sangue dell’empio (il Takfir), alla separazione tra fede e logos.

Ratzinger ha imposto all’attenzione del mondo un nuovo terreno di confronto, che riguarda non solo l’islam, ma tutte le ideologie e religioni contemporanee. Il punto discriminante per accettarle o contrastarle – in nome dei diritti della persona e dell’uomo – è il rapporto tra fede e razionalità. Ma l’islam fondamentalista si basa appunto sulla concezione di un Dio trascendente e incomprensibile, su leggi da Lui definite in modo altrettanto incomprensibile, che è inutile tentare di decifrare con la razionalità. E’ l’eredità pesante del percorso intrapreso nel XII secolo, quando trionfarono al Ghazali e ibn Taymmiyya e fu definitivamente abbandonato il razionalista Averroè.

Küng non coglie questo discrimine posto da Ratzinger e si espone in una critica frontale alla pastorale Dominus Jesus del 2001. Quel documento, firmato da Giovanni Paolo II ma scritto dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, rivendicava la santità e l’unicità della chiesa cristiana, ma in modo ben diverso dall’affermazione di superiorità rivendicata oggi dall’islam nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nell’islam, che abbiamo in precedenza analizzato.

Alla luce del successo del rilancio dell’antisemitismo islamico da parte di Ahmadinejad, inquieta poi la dura polemica di Küng contro le politiche dello stato di Israele: “Sono davvero poco convincenti quegli esponenti dell’ebraismo che non perdono occasione per lamentarsi amaramente del crescente antisemitismo in Europa, ma che respingono tutte le critiche alla disumana politica di oppressione del governo israeliano sotto la guida di Ariel Sharon, tacciandole grossolanamente di antisemitismo, senza esprimere nessuna pietà o almeno un minimo senso di giustizia verso il popolo palestinese, sfinito da decenni di aggressioni”.

Risuonano in queste parole i lasciti di un radicato antigiudaismo cristiano, che rifiuta di cogliere l’essenza dell’antisemitismo, riducendolo a una reazione alle “colpe degli ebrei”, in questo caso degli ebrei israeliani. Inaccettabile è la definizione di “politica disumana” applicata all’operato di Ariel Sharon (smentita, tra l’altro, dalla sua storica decisione del ritiro unilaterale da Gaza), così come l’accusa agli ebrei che protestano contro l’insorgere dell’antisemitismo “senza esprimere nessuna pietà o almeno un minimo senso di giustizia verso il popolo palestinese, sfinito da decenni di aggressioni”. Non si fa menzione delle violenze che da decenni i palestinesi compiono su altri palestinesi, in quel lungo processo che ha incubato la guerra civile.

L’ossessione penitenziale di Küng, condivisa da tanta parte del pensiero laico contemporaneo, così come da quello islamico (vedi Mohammed Arkoun), arriva sino al punto di accusare la cristianità cattolica e protestante di avere “dichiarato guerra alla scienza, alla tecnologia e alla democrazia moderna, per paura di perdere il proprio dominio e il proprio potere spirituale”.

Pure, è incontrovertibile che – nonostante Galileo, nonostante il Sillabo – la scienza, la tecnologia e la stessa democrazia moderna nascono proprio dal felice incontro tra fede e ragione sbocciato durante il cristianissimo Rinascimento e poi fiorito – grazie soprattutto alla Riforma luterana – nei secoli successivi. Certo, vi furono freni, ostacoli, lentezze e imposizioni dogmatiche, ma qualsiasi storico della scienza può facilmente dimostrare che la presunta “guerra alla scienza, alla tecnologia e alla democrazia moderna” non fu mai né dichiarata né combattuta dalla cristianità, che invece fornì l’alveo in cui esse si sono potute esplicare, sviluppare e affermare, e in cui ha trovato posto, infine, anche l’affermazione della laicità dello stato.

Ancora una volta vengono proposti, quale panacea universale, il dialogo e un’ingiustificata autoflagellazione dell’occidente, cristiano o laico che sia. Una resa a quell’islam fondamentalista che non rappresenta l’intero islam, ma che è l’ala marciante di un movimento musulmano con marcate componenti fasciste e naziste, in grado di espandersi pochi decenni dopo che l’Europa cristiana e laica è riuscita a estirpare un male simile, incancrenito nel suo corpo.
(tratto dal libro Fascismo islamico, Rizzoli 2007)

Insegnare l'arabo o reclutare estremisti?

segnalato dal sito il Mascellaro

Insegnare l'arabo o reclutare estremisti?
Nord America - mar 11 set
dai Media
di Daniel Pipes

Tratto dal sito danielpipes.org il 9 settembre 2007

La Khalil Gibran International Academy, la scuola pubblica di lingua araba di New York City, questa settimana apre i battenti per studenti di 11-12 anni, adottando speciali misure di sicurezza. Si spera che il prolungato dibattito pubblico sulle tendenze islamiste della scuola indurrà a non promuovere alcuna agenda politica o religiosa.

Consideratemi, comunque, scettico per due motivi principali. Innanzitutto, a causa della genesi della scuola e del suo personale – di cui si è scritto profusamente da parte mia e di altri. In secondo luogo, ed è questo l'argomento qui avvalorato, per il preoccupante primato di programmi di lingua araba della scuola dell'obbligo finanziati dal contribuente da una costa all'altra.

La tendenza è chiara: l'istruzione in lingua araba impartita prima del college, anche quando è finanziata dal contribuente americano, tende all'indottrinamento nel nazionalismo pan-arabo e nell'Islam radicale o in entrambi. Si osservino alcuni esempi.
  • Amana Academy, Alpharetta, Georgia, nei pressi di Atlanta. Una scuola privata riconosciuta e sovvenzionata dallo Stato che richiede l'insegnamento della lingua araba. Essa vanta una "partnership istituzionale" con l'Arabic Language Institute Foundation (ALIF). Ma quest'ultima promuove l'insegnamento della lingua araba come un mezzo "per trasmettere il messaggio del Corano nel Nord-America e in Europa" e così "aiutare i paesi occidentali a riprendersi dal decadimento morale in corso".


  • Carver Elementary School, di San Diego, California. Una docente, Mary-Frances Stephens, ha informato il consiglio scolastico di insegnare in "una classe separata per sesso" per sole allieve musulmane e che ogni giorno le ragazzine potevano allontanarsi dall'aula per un'ora di preghiera condotta da un collaboratore musulmano. La Stephens ha considerato questo provvedimento come "una evidente violazione delle direttive amministrative, legislative e legali". Kimberlee Kidd, la preside dell'istituto scolastico, ha replicato dicendo che il collaboratore dell'insegnante si limitava a pregare insieme alle allieve e solo per quindici minuti. Il Distretto scolastico unificato di San Diego ha fatto delle indagini in merito alle asserzioni della Stephens e le ha ricusate, ma tuttavia ha cambiato la prassi suffragando implicitamente le critiche mosse dalla docente. L'ispettore scolastico Carl Cohn ha eliminato le classi separate per sesso e ha riconfigurato il programma scolastico in modo che gli studenti possano pregare durante la pausa pranzo.


  • Charleston High School in Massachusetts. Il programma di lingua araba estivo della scuola ha previsto una gita studentesca presso la famosa Islamic Society di Boston dove, a dire del Boston Globe, gli studenti "sedevano in cerchio sui tappeti e imparavano l'Islam dagli insegnamenti di due membri della moschea". Peberlyn Moreta, una studentessa sedicenne, temendo che la sua croce d'oro appesa al collo potesse offendere gli ospiti, l'ha nascosta sotto la T-shirt. Ha fatto altresì capolino l'anti-sionismo quando è stato proiettato il film del 2002 Divine Intervention, che il critico cinematografico Jordan Hiller ha definito un "film irresponsabile", "terribilmente pericoloso" e contenente "odio puro" verso Israele.
  • Tarek ibn Ziyad Academy, di Inver Grove Heights, in Minnesota. L'Islamic Relief Worldwide, un'organizzazione con presunti legami col jihadismo e il terrorismo, ha finanziato questa scuola privata riconosciuta e sovvenzionata dallo Stato che richiede l'arabo come seconda lingua. Il nome dell'Accademia celebra apertamente l'imperialismo islamico, poiché Tarek ibn Ziyad guidò le truppe musulmane alla conquista della Spagna nel 711 d. C. Cronisti locali riportano che "un visitatore potrebbe ben confondere la Tarek ibn Ziyad [Academy] con una scuola islamica", vista la presenza di donne che indossano l'hijab, la zona riservata alla preghiera ricoperta di tappeti, vista la chiusura della scuola per le festività islamiche, l'osservanza del digiuno del Ramadan, la caffetteria che serve cibo halal, classi che interrompono le lezioni per l'ora della preghiera, e quasi tutti i bambini che pregano nonché l'uso costante di "Fratello" e "Sorella" con cui gli adulti all'interno della scuola si chiamano l'un l'altra.
Solo nel caso della Iris Becker Elementary School di Dearborn in Michigan, il programma di lingua araba non persegue visibilmente un'agenda politica e religiosa. Il suo programma didattico potrebbe in realtà essere lineare ; o probabilmente le minime informazioni a riguardo spiegano la mancanza di problemi conosciuti.

Gli esempi sopra riportati (si veda inoltre sul mio blog "Other Taxpayer-Funded American Madrassas") sono tutti americani, ma simili problemi esistono prevedibilmente in altri paesi occidentali.

Questo quadro preoccupante denota la necessità di una speciale vigilanza sui programmi scolastici di lingua araba finanziati pubblicamente. Questa attività di sorveglianza dovrebbe assumere la forma di un robusto Consiglio direttivo i cui membri siano pienamente consci della minaccia dell'Islam radicale e che abbiano la forza di osteggiare ogni cosa che potrebbero considerare sconveniente.

L'insegnamento della lingua araba impartito prima del college è necessario e il governo statunitense a ragione lo promuove (ad esempio attraverso la "National Security Language Initiative", a livello nazionale, o tramite il programma "Foreign Language in Elementary Schools", a livello locale). Così agendo, esso fa sì che l'istruzione diventi sempre più importante. Cittadini, genitori e contribuenti hanno il diritto di garantire ai bambini che frequentano queste istituzioni che ricevono finanziamenti pubblici che venga loro insegnata un'abilità linguistica – e che non siano reclutati alla causa dell'anti-sionismo o dell'islamismo.

New York Sun
5 settembre 2007
Copyright © 1980-2006 Daniel Pipes
Pezzo in lingua originale inglese: Teach Arabic or Recruit Extremists?
Traduzione di Angelita La Spada.