lunedì 18 giugno 2007

Siamo tutti cristiani in terra islamica

segnalazione ricevuta da www.ilmascellaro.it

Siamo tutti cristiani in terra islamica
mar 12 giu




«Da egiziano liberale e musulmano dico che questo paese non progredirà se continuerà a escludere il 65 per cento dei cittadini, cioè le donne e i copti». Parla Tarek Heggy
di Valentina Colombo

Tratto da TEMPI del 7 giugno 2007

Il rigurgito antidemocratico che in maniera più o meno sotterranea coinvolge ormai tutto il Medio Oriente porta con sé una conseguenza drammatica: dall'Iraq all'Egitto, le condizioni delle minoranze religiose, in particolare cristiane, peggiorano di giorno in giorno. Un dramma, quello dei non musulmani in terra islamica, che il mondo arabo preferisce non vedere.

Una delle pochissime voci che si sono alzate dalla regione per denunciare la muta tragedia appartiene a Tarek Heggy, intellettuale islamice e liberale molto popolare nel mondo arabo. Di recente ha pubblicato un articolo intitolato "Se fossi copto" che ha suscitato le reazioni più diverse, in Egitto e non solo.

Professor Heggy, quali sono le ragioni di questa pericolosa tendenza intollerante?
Ci sono tre ragioni principali. La prima è che l'evoluzione democratica in questa regione del mondo è abortita. La seconda è l'ondata retrograda e medievale dell'islam politico, che è il risultato dell'incontro di due derive antistoriche, quelle del movimento wahabita e quelle dei Fratelli Musulmani. Il terzo problema è l'incapacità della società di produrre leadership moderne e di qualità. Al contrario, siamo preda dell'incompetenza, dell'ignoranza e della corruzione.

Lei è musulmano, ma ha appena scritto un articolo intitolato "Se fossi copto". Perché? E che reazioni ha suscitato dentro e fuori dell'Egitto?
Un vero scrittore liberale non può fare a meno di perorare i valori della democrazia, della modernità, dei diritti umani e della donna. Perciò rivolgere una scrupolosa attenzione alle questioni delle minoranze religiose in Egitto è imperativo. Una società come quella egiziana non può avanzare sul sentiero del progresso se il 65 per cento dei suoi membri (cioè le donne più tutti i copti) non è motivato a partecipare attivamente alla modernizzazione e al suo sviluppo. Non è la prima volta che scrivo dei copti d'Egitto e non sarà l'ultima. Questa volta ho scatenato vaste reazioni dentro e fuori l'Egitto. Ma mentre molti dirigenti dello Stato ed esponenti dell'islam fanatico si sono arrabbiati per i suoi contenuti, fuori dal paese molti lo hannno approvato e in Egitto i musulmani moderati e praticamente tutti i cristiani egiziani lo hanno sostenuto. Anche molti esponenti della sinistra, che di solito per ragioni ideologiche non approvano i miei scritti, stavolta hanno apprezzato appassionatamente il mio articolo.

Nell'articolo propone di cancellare la menzione dell'affiliazione religiosa nella carta d'identità. È un problema che colpisce soprattutto la comunità bahai, i cui membri non hanno a disposizione un'iscrizione specifica, ma nemmeno possono sottrarsi al dovere di indicare una confessione religiosa. Cosa farebbe "se fosse un bahai"?
Ho sempre militato per la cancellazione della menzione dell'affiliazione religiosa non solo dalla carta d'identità, ma da tutti i documenti ufficiali e ufficiosi, e continuerò a farlo anche in futuro. Non c'è nessuna buona ragione per mantenerla, mentre è vero che spiana la strada a reazioni e atteggiamenti fanatici e discriminatori. Se io fossi un bahai, lotterei con tutti i mezzi legittimi per eliminare completamente dai documenti ogni riferimento alla mia religione. In qualunque definizione civilizzata, la religione è questione personale al cento per cento.

Pensa che l'abolizione dell'articolo 2 dalla Costituzione egiziana - che definisce la sharia fonte esclusiva del diritto - sarebbe di qualche aiuto?
È un dovere imprescindibile abolirlo. Anche se già prima che esistesse quell'articolo, quando nel 1948 fu redatto il codice civile, il Parlamento egiziano aveva fatto in modo che nessun articolo di tale codice fosse in contraddizione con la sharia islamica.

In Occidente gran parte dell'opinione pubblica e dei governi è convinta che i Fratelli Musulmani dovrebbero essere autorizzati a prendere parte ai processi politici del Medio Oriente, dal momento che sono considerati "moderati". Cosa ne pensa?
Nessuno ha il diritto di escludere un qualsiasi movimento politico dalla vita politica. Ma aprire i cancelli indiscriminatamente sarebbe un errore tanto grande quanto quello di proibire ai Fratelli Musulmani di partecipare ai processi politici. Credo che il governo, la società civile e gli intellettuali egiziani debbano aiutare i Fratelli Musulmani a evolvere da movimento religioso a movimento politico legalmente riconosciuto, che si conforma alle regole democratiche e che non mira a distruggerle. I Fratelli Musulmani non dovrebbero essere ammessi ai processi politici fino a quando non prendano le distanze dalla corrente wahabita e da quella che si rifà a Sayyd Qutb (il progenitore dell'estremismo islamico egiziano, ndr).

Lei è appena rientrato da Oxford, dove ha tenuto una serie di conferenze nella stessa università in cui insegna Tariq Ramadan. La infastidisce la coincidenza? Cosa consiglia all'Europa che continua a invitarlo?
Il mio consiglio all'Europa è di rivedere quella triste fase della sua storia nella quale ha gestito in modo drammaticamente sbagliato la questione della presenza sul suo territorio di leader islamisti. I quali non hanno mai esitato ad accoltellare i paesi che hanno offerto loro un esilio dorato. Definire Tariq Ramadan un pensatore è stata una farsa. Lui è solo e soltanto il nipote di Hassan al Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani.

Cosa pensa della diffusione dell'islam politico in Europa? Come si può fermare?
I sistemi legali non sono eterni né di origine divina. Perciò auspico vivamente che l'Unione Europea lanci una revisione globale delle legislazioni che hanno permesso a questo cancro di esistere ed espandersi.

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