sabato 14 luglio 2007

Il latino a Messa, così una lingua morta resusciterà la percezione del Sacro

un debole pensiero porta a un'intrinseca debolezza nel difendere quanto si presume di credere

Tempi num.28 del 12/07/2007
Plausi e botte
Il latino a Messa, così una lingua morta resusciterà la percezione del Sacro

di Cominelli Giovanni

Conciliare o anticonciliare? Progressista o conservatore? Questo è il dilemma prevalente che affrontano i commentatori al cospetto del Motu proprio di liberalizzazione liturgica, che prevede anche la Messa in latino. A me, invece, il Motus di Ratzinger riporta questioni relative alla domanda, alla presenza e all'eclisse del Sacro. Interi volumi di antropologia culturale ne documentano la costante presenza nella storia umana, ciascuno di noi è almeno testimone della domanda di Sacro. È la domanda di un orizzonte che oltrepassa le cose che si vedono, si toccano, si misurano. È l'apertura ad Altro. Si può ammutolire o soffocare sotto altri prepotenti rumori, la si può considerare solo l'ultimo bagliore di una stella lontana già spenta, ma c'è. Che c'entra tutto ciò con la Messa? Mi spiego. Fino al Concilio vaticano II la Messa era detta in una lingua incomprensibile ai più, cantata in gregoriano, avvolta di paramentri preziosi e colorati a seconda dei tempi liturgici, circondata di immagini e statue sacre, avvolta nel profumo dell'incenso. Era un luogo recintato e segregato dal mondo reale - appunto "sacro" - capace di coinvolgere i sensi e l'anima. Era una recita teatrale, che rappresentava il dramma della storia e delle biografie individuali. Creava le condizioni di un ascolto e di un'attesa. La predica del prete aveva lo scopo di connettere i due spazi: quello profano del mondo con quello sacro lì istituito. L'eucarestia era il momento in cui il Sacro incontrava il corpo degli uomini e della storia. La liturgia postconciliare ha proposto la Messa come rito trasparente, razionale, dialogico, sociale e persino politico: occasione per leggere insieme e interpretare le vicende del mondo alla luce delle Scritture. La transizione dalla lingua latina all'italiano è stata lo strumento decisivo, benché non unico, di questo passaggio. Nel quale si è attenuata - secondo la mia opinabile opinione di antropologo culturale abusivo, ma portatore sano di una naturale domanda religiosa - la percezione del Sacro.
Frequentatore poco abituale di Messe, scopro che queste sono diventate spesso occasioni sociali, assemblee di quartiere sui mali del mondo, punti di organizzazione caritativa. Il Sacro della Messa è divenuto debole. Al punto che la domanda di interiorità e di trascendenza, che non ha mai cessato di insorgere nel cervello e nel cuore delle giovani generazioni, si è rivolta altrove, sui sentieri di una languida New Age.



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